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Guida alla città di Trieste

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Castello Miramare (interno)  - Archivio Generale Comune di TriesteGuida alla città di Trieste
Dopo chilometri di territorio pianeggiante, improvvisamente il paesaggio cambia e l'occhio si risveglia: dall'ordinato reticolo di linee perpendicolari passiamo a tratti frastagliati, le prime formazioni carsiche a picco sul mare; inizia qui il territorio della provincia di Trieste.
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La Provincia
Uscendo dall'autostrada al Lisert e percorrendo la strada statale che porta a Trieste, vicino all'antica chiesetta di San Giovanni in Tuba (a San Giovanni di Duino), si segnala il primo sito di interesse naturalistico: la foce del fiume Timavo.
Il Timavo, che nasce dalle pendici del monte Nevoso, all'altezza del paesino di San Canziano sprofonda in una e vera propria voragine e comincia il suo percorso sotterraneo, lungo 35 km. Qui a San Giovanni riemerge e il luogo è talmente suggestivo che colpì persino la fantasia di Virgilio che lo citò nell'Eneide. Qualche chilometro dopo, sempre nella direzione di Trieste entriamo nel comune di Duino Aurisina dove si segnala, oltre al paese di Duino e al Castello, il Sentiero Rilke.
 
Il Sentiero Rilke deve il suo nome al poeta praghese (ma austriaco di nascita) Rainer Maria Rilke che soggiornò nel 1911 e 1912 presso il Castello di Duino, ospite dei Principi della Torre e Tasso: vuole infatti la tradizione che Rilke soffermandosi lungo tale percorso abbia avuto ispirazione delle sue “Elegie Duinesi”. Il sentiero si sviluppa per 2 km in un magnifico ambiente naturale situato tra Duino e Sistiana. Percorrendo si ha modo di camminare in zone boschive e di gustare superbi panorami dal ciglio di una costa alta, a dirupo sul mare.
Una volta lasciati Duino e Sistiana si può arrivare a Trieste percorrendo la bella Strada Costiera, una ventina di chilometri fra roccia bianca carsica e mare.
Alle spalle del comune di Duino Aurisina, si estende quello di Sgonico su una superficie di 32 kmq; del comune di Sgonico fanno parte dodici frazioni. Vanno menzionati i resti di una chiesetta sul Monte San Leonardo che risalgono ai primi insediamenti cristiani. Di notevole interesse è anche la suggestiva chiesetta di Samatorza, del XVIII secolo, immersa nel verde. Il comune ha conservato un aspetto prevalentemente rurale di cui l'espressione caratteristica sono i numerosi agriturismi e le “osmizze” la cui origine risale ai tempi dell'Impero Austro-ungarico, quando l'imperatore nel 1784 concesse ai contadini il permesso di vendita diretta di vino e di alcuni prodotti per un periodo di otto giorni. Nelle osmizze e negli agriturismi, che vengono indicati da una frasca di edera appesa lungo la strada, nelle vicinanze e davanti la casa, si possono degustare e comperare i prodotti tipici della zona.
 
Nel comune di Sgonico si trova anche il Giardino Botanico “Carsiana”, fondato nel 1964 su iniziativa di un piccolo gruppo di studiosi ed appassionati della flora carsica. Il giardino si trova nel comune di Sgonico, a 18 km da Trieste, sulla strada provinciale che collega Gabrovizza a Sgonico. La località è stata scelta per le sue caratteristiche naturali, che ripropongono il tipico ambiente carsico, con un'ampia dolina, pozzi naturali e fenomeni di carsismo superficiale. Il nome “Carsiana” venne scelto perchè l'intento era quello di raccogliere e conservare le specie vegetali più significative del Carso. A “Carsiana” si ritrovano quindi gli aspetti più tipici del paesaggio carsico, quali la landa, la boscaglia e il sottobosco, la dolina, la vegetazione rupestre e dei ghiaioni.
A Borgo Grotta Gigante è situata la Grotta Gigante che rappresenta un'eccezione nell'ambito dei fenomeni carsici. La caverna centrale infatti, interamente percorribile, ha proporzioni notevolissime: 380 m di lunghezza, 65 m di larghezza e 107 di altezza.
All'ingresso della Grotta si trova il Museo Speleologico con un'interessante documentazione sulla storia della speleologia triestina.
Monrupino è un'altra delle mete turistiche conosciute: dalla cima della collina si può infatti ammirare un ampio panorama del Golfo di Trieste. L'abitato è dominato dalla Rocca, che prima fu un importante castellier preistorico, poi castellum fortificato romano e infine fortezza contro i Turchi. Nel 1512 fu edificata la chiesa dedicata alla Beata Vergine Assunta che in seguito divenne Santuario.
Il luogo è anche sede, ogni due anni, delle “Nozze Carsiche” che durano quattro giorni e che si svolgono ad agosto. Si segnala inoltre la “casa carsica” di Rupingrande, una casa museo che risale all'Ottocento e che conserva intatte tutte le caratteristiche architettoniche tipiche della tradizione rurale del Carso.
Dal comune di San Dorligo della Valle dipendono 33 frazioni; in questo centro, situato vicino all'altopiano di San Servolo, vi è una chiesa in stile barocco con un campanile della fine del Settecento. Bisogna inoltre citare la piccola e graziosa Chiesa di San Martino, dotata di una facciata esemplare per semplicità ed equilibrio delle proporzioni.
La zona è fortemente connotata della presenza della Val Rosandra, una valle nata dal fenomeno di erosione provocato dal torrente Rosandra, fascinoso corso d'acqua che possiede un percorso particolarmente movimentato. Corre veloce lungo i rapidi pendii formando cascatelle, pozze d'acqua trasparente e dolci flussi.
La valle possiede bianche e imponenti pareti meta di numerosi sportivi e scalatori. Numerosi sono i sentieri che la percorrono; inoltre vi è la presenza di un antico acquedotto romano costruito per l'approvvigionamento idrico dell'antica Tergeste. Si tratta di un canale fatto di pietre e materiale laterizio che dopo aver fatto confluire le acque dalla Val Rosandra e da Bagnoli le portava fino al centro cittadino.

Nell'estrema zona sud-orientale della provincia di Trieste, racchiuso tra il confine della Slovenia, il vallone di Muggia e il golfo di Trieste, si trova il comune di Muggia, zona turisticamente rilevante. Il suo territorio, delimitato da una costa di oltre 7 km e da una concatenazione collinare con i monti Castellier, San Michele, Monte d'Oro, che dominano panoramicamente un vasto territorio sia italiano che della costa istriana, è caratterizzato da un'estesa vegetazione carsico istriana.
Muggia mantiene ancora oggi eloquenti tracce della sua antichità: un importante castelliere preistorico sul Monte Castellier (Santa Barbara), la Basilica di Muggia Vecchia (IX secolo) in cima al colle, unica testimonianza, insieme ai resti delle mura, di un passato romano (castrum) e medievale. Prima del Mille venne edificato un nuovo borgo sul mare, chiamato prima Borgolauro e poi Muggia, da un antico toponimo che significa “palude costiera”. La nuova città dopo la metà del Duecento si costituì a Comune. Di quest'epoca sono il Duomo e il Palazzo del Comune, ricostituito nel Novecento. Passata infine nel 1420 sotto Venezia, Muggia condivise le sorti della Serenissima, e della secolare comunanza di vita, di interessi e di costumi la cittadina conserva impronte evidenti: il dialetto, le tradizioni gastronomiche, lo stile architettonico gotico-veneziano. Confortevoli e ombreggiati gli stabilimenti balneari di Muggia e dei dintorni, gli ampi attrezzati camping oltre al porticciolo sito nella località di S. Bartolomeo. Inoltre da qualche anno è attivo Porto San Rocco,, nuovo centro nautico da diporto.
Tra le manifestazioni che caratterizzano la vita socio-culturale della cittadina primeggia il coloratissimo Carnevale muggesano, che coinvolge l'intera popolazione impegnata nell'allestimento dei carri allegorici e nella realizzazione dei sontuosi costumi della sfilata.

Il Carso – fauna e ambienti
L'altopiano carsico riveste una grande importanza naturalistica sia per motivi geologici che biologici. Partendo dalla fascia costiera, esposta a sud-ovest, grazie all'azione mitigatrice del mare troviamo un tipico ambiente mediterraneo, caratterizzato dalla presenza di endemismi quali la centaurea fronzuta e da sempreverdi come il leccio, l'alloro e la fillirea.
Il Carso, prima di distendersi verso l'altopiano interno, si eleva formando un ciglione che costituisce una barriera climatica. Ciò determina una maggiore continentalità del clima dell'altopiano, favorendo la crescita di essenze illirico-balcaniche, che vanno a costituire le tipiche boscaglie formate da cerri, roverelle e roveri, alle quali si accompagnano altre latifoglie quali il carpino nero, l'orniello, l'acero campestre, il corniolo e il nocciolo. Questi ambienti sono il regno del capriolo mentre, tra i carnivori, si annoverano la volpe, lo sciacallo dorato, il tasso e qualche raro gatto selvatico. Tra gli uccelli da preda nidificano nelle zone del bosco l'astore, la poiana, lo sparviero, il gufo comune e l'assiolo. Il taglio delle antiche foreste carsiche, iniziato già in epoche preistoriche, accompagnato poi dall'utilizzo a pascolo delle zone aperte così ottenute, ha prodotto la formazione di un ambiente particolarmente discontinuo, apparentemente brullo e povero, che prende il nome di landa carsica. In essa spicca la presenza di piante spinose come il ginepro e l'eringio ametistino, o velenose come le euforbie, che non venivano brucate dagli animali. L'altopiano carsico si presenta ricco di doline, avvallamenti chiusi e talvolta imbutiformi, che costituiscono delle vere “trappole” per l'aria fredda, tanto che il cosiddetto “bosco di dolina” è costituito prevalentemente dal carpino bianco, mentre il sottobosco presenta molte specie che abitualmente troviamo nelle faggete del piano montano. Il Carso è noto anche per le sue numerose grotte e caverne che costituiscono un interessante mondo sotterraneo.
Attualmente la grotta di maggiori dimensioni è la  Grotta Skilan, che si apre nei pressi di Basovizza. E' profonda 378 metri e si sviluppa per oltre 6 km. Due sono invece gli abissi che ci permettono di raggiungere un ambiente fluviale sotterraneo: la Grotta di Trebiciano, presso il paese omonimo, e la Grotta Lazzaro Jerco, nei pressi di Monrupino. Sull'altopiano carsico, così ricco di acque sotterranee, l'idrografia superficiale è invece quasi assente. Questo fatto ha costretto gli abitanti dell'altopiano a procurarsi delle riserve d'acqua costruendo stagni, abbeveratoi e cisterne. Molti di questi manufatti si sono poi rapidamente trasformati in oasi naturali ospitanti varie specie acquatiche di piante e animali, costituendo l'espressione della più elevata biodiversità degli ambienti del Carso. Un caso del tutto particolare è costituito dalla Val Rosandra, profondo solco nei calcari eocenici dall'omonimo torrente. In merito alla fauna ricordiamo il gufo reale, che nidifica sulle alte pareti rocciose della valle. Ancora una volta, quindi, il Carso, anche considerando solamente quel breve tratto che è compreso nella provincia di Trieste, continua a meravigliarci per la ricchezza naturalistica dovuta alla presenza di un mosaico di ambienti diversi che ospitano una grande varietà di specie viventi, rendendolo un patrimonio eccezionale e insostituibile.

Storia della città
Sulle origini di Trieste gli studiosi - accantonando talvolta il rigore storico che li contraddistingue – non disdegnano far cenno a leggende antichissime in cui si narra che il fondatore della città fosse Tergeste, un amico di Giasone e degli Argonauti che qui volle fermarsi. Altre leggende, poi, sovrapponendosi a questa, chiamano in causa addirittura Noè e il figlio Japhet, approdato in questi lidi per poi creare, sul Carso, il regno di Giapidia. In realtà, la città venne fondata da tribù protovenete e le prime innegabili testimonianze sono costituite dai castellieri (villaggi preistorici difesi da cinte di pietre squadrate) costruiti sulla sommità dei colli, a San Giusto e sul Carso.
Ma se sulle origini intervengono, al di là dell'aurea mitica, precisi riferimenti protostorici, non altrettanto chiara appare l'etimologia del nome antico di Trieste. Due, al riguardo, le ipotesi: la prima rimanda a Ter-egestum, che significa costruita tre volte, mentre l'altra suggerisce che il nome sia formato dalla radice indoeuropea Terg (che significa mercato) e dal suffisso veneto Este, ovvero città. Sarà in ogni caso la particolare posizione dell'antico insediamento a determinare il destino: i Romani, rendendosi conto dell'importanza strategica di queste terre, inviano le loro legioni e la flotta per conquistarle, sbaragliando gli Istri, alleati dei Cartaginesi. Dopo alterne vicende e la vittoria conclusiva, i Romani lasciano alcuni presidi sul Carso e in quel nucleo esistente sul colle che domina la città. Ed è questa l'antica Tergeste, di fatto una colonia romana, la cui nascita si può collocare attorno al 178 a.c. L'inserimento di Tergeste nella sfera latina, da un lato comporta altre lotte con i popoli vicini, ma dall'altro le assicura un'era di prosperità commerciale, affinamento culturale ed uno sviluppo urbanistico e dei collegamenti viari a partire dall'epoca di Ottaviano (attorno al 30 a.C.), tendenza che si consolida durante l'epoca imperiale.
Il Cristianesimo, che in queste terre si diffonde verso la fine del I secolo d.C., vive un periodo di persecuzioni. Tra i suoi martiri anche Giusto, che diverrà il patrono della città. Caduto l'Impero d'Occidente, con le invasioni barbariche la città cade sotto il dominio dei Goti, poi cacciati dall'esercito dell'imperatore bizantino Giustiniano, finchè, dopo anni di alterne vicende, nel 568 Trieste viene rasa al suolo dai Longobardi. Con la sua ricostruzione viene pure costituito il numerus tergestinus, organismo militare preposto alla difesa del territorio. Si susseguono secoli bui, nei quali spicca però, nell'804, il Placito del Risano, atto con il quale le popolazioni di Trieste e dell'Istria rivendicano un affrancamento da soprusi e angherie. Intanto, mentre sotto il dominio carolingio i vescovi locali acquistano un notevole potere temporale con il titolo di baroni, compare la figura del Gastaldo (magistrato eletto dal popolo o dal vescovo) e si profila la crescente potenza veneziana. I vescovi-baroni cercano di ostacolare il sorgere del Comune e di fronteggiare Venezia, ma nel 1202 il doge Enrico Dandolo si impadronisce della città, costringendola all'obbedienza verso la Serenissima. Con l'aiuto dei patriarchi di Aquileia, Trieste si ribella originando una lunga serie di guerre tra Venezia e il patriarcato. Alla fine la città soccombe.
Dopo la guerra di Chioggia, però, Trieste vede finalmente riconosciuta la propria libertà; Venezia continua a costituire una minaccia e perciò la città nel 1382 si pone sotto la protezione del duca Leopoldo d'Austria, una “dedizione” destinata a durare oltre cinque secoli. Con questo atto si chiude una fase del Medioevo caratterizzata da fatti oscuri, come la congiura di Marco Ranfo, notabile che nel XIV secolo aveva tentato di rovesciare il Comune per dar vita a una Signoria, o da eventi quali l'affermarsi di una classe patrizia costituita da13 famiglie o Casate, che reggeranno le sorti della città per secoli. Dopo una breve dominazione spagnola nel XVI secolo, nonché eventi calamitosi quali pestilenze e carestie, finalmente, nel corso del Settecento si apre per la città un nuovo orizzonte. La concessione nel 1719 del Portofranco alla città, sbocco geografico naturale dell'Impero asburgico sul mare, dà il via ad un lungo periodo di prosperità: l'abolizione delle dogane richiama da tutta Europa, ma anche dal Mediterraneo, un gran numero di imprenditori e mercanti che aumentano il benessere cittadino, lo sviluppo urbanistico e favoriscono un incremento demografico senza precedenti. Particolarmente durante il regno di Maria Teresa, si assiste alla nascita ed alla crescita di grandi compagnie di navigazione (Lloyd Triestino), di assicurazioni (Generali, Ras) e di nuove industrie, attività grazie alle quali la città registra un notevole sviluppo economico. Tra la fine del XVIII e l'alba del XIX secolo, frattanto, la città conosce tre occupazioni napoleoniche relativamente brevi. Gli anni della seconda metà dell'Ottocento, anche sull'onda del Risorgimento, favoriranno il prosperare dell'irredentismo fino al primo conflitto mondiale, che sancirà con il suo esito, oltre alla frantumazione di quella Mitteleuropa di cui Trieste aveva fatto parte per secoli, il ricongiungimento della città all'Italia (3 novembre 1918).  Durante la Seconda Guerra Mondiale Trieste e la Venezia Giulia divengono, dopo l'8 settembre 1943, un territorio amministrato dal governo germanico. Anche a conclusione del conflitto, peraltro, le sorti di queste terre appaiono lungi dall'essere risolte. Dopo l'occupazione dei “40 giorni” da parte delle truppe jugoslave del maresciallo Tito, dovranno trascorrere infatti ben nove anni sotto il Governo militare alleato anglo-americano prima di giungere, a livello internazionale, ad una soluzione di compromesso sulla questione del confine orientale italiano per l'allora federazione jugoslava, che premeva con maggiori rivendicazioni territoriali.
 Alla fine, dopo anni di tensioni e di incertezze sul proprio futuro, Trieste ritornerà all'Italia il 26 ottobre 1954.

Piazze di Trieste
Prima di giungere in Piazza della Borsa, sulla sinistra, si incontra il grande edificio quadrato del Tergesteo una volta sede dell'ufficio doganale e del palazzo di abitazione dei governatori della città. L'esterno dell'edificio è lineare (vi sono inseriti dei gruppi marmorei rappresentanti il Commercio, l'Industria e la Navigazione), mentre l'interno presenta una soluzione di grande interesse: una vasta crociera con volta vetrata (progetto arch. A. Buttazzoni, realizzazione F. Bruyn, 1840-42).
La stessa funge da “passaggio pubblico” e congiunge Piazza della Borsa con la Piazza del Teatro.
Piazza della Borsa possiede un perimetro triangolare ed è delimitata da edifici diversi per epoca e stile.
 La piazza ruota attorno al Palazzo della Borsa Vecchia, ora sede della Camera di Commercio (arch. A. Mollari 1799-1806). Il Palazzo, di impronta neoclassica, possiede un pronao delimitato da quattro grandi colonne doriche che creano una vasta zona di passaggio. All'esterno del pianterreno sono inserite statue allegoriche raffiguranti l'Asia, Vulcano, Europa, Africa, Mercurio, America. Sulla sommità del frontone sono poste sculture rappresentanti il Genio di Trieste, Nettuno, Minerva e il Danubio. Ad opera di A. Bosa sono i bassorilievi rappresentanti il Commercio, la Navigazione, l'Industria e l'Abbondanza come sue e del figlio Francesco sono le scene che istoriano il grande salone centrale.
Osservando frontalmente l'edificio della Borsa Vecchia, sul lato vi è il Palazzo Dreher (Borsa Nuova), che si inserisce nella piazza con la sua facciata curva e fastosa. Alla ricchezza decorativa esterna fa da contraltare l'interno sobrio e funzionale (1929) dettato dall'architetto Geinger e dallo stile di G. Pulitzer Finali che, con lo studio Stuard, tracciò le linee dello stile moderno triestino dell'epoca, soprattutto nel campo navale.
Da Palazzo Dreher si diparte via Cassa di Risparmio dove, al n°10, vi è la sede in stile cinquecentesco (arch. E. Nordio) dell'omonimo antico istituto di credito. Di fronte a Palazzo Dreher, c'è Casa Rusconi (arch. G. Scalmanini), d'impronta rinascimentale. Al terzo piano trovò sede l'atelier di moda e stile di Anita Pittoni, artista innovatrice nel campo tessile dalla fine degli anni Venti.
All'angolo opposto, tra l'incrocio del Corso Italia con la via Roma, è situata la Palazzina Romano, sobrio esempio di architettura settecentesca restaurata dall'architetto G. Polli tra il 1919 e il 1920.
Di fronte alla Borsa Vecchia l'edificio verde Casa Bartoli (arch. M. Fabiani, 1905) ci informa di un contatto diretto con la Wagnerschule, di cui l'architetto fece parte. L'edificio si configura come unità commerciale e abitativa ed è connotato dalla ampie superfici vetrate e da una decorazione a graffito che documenta la variante triestina del Liberty.
Da Piazza della Borsa lungo il Corso Italia, sulla destra, parte il complesso piacentiniano (1935-1939), che rappresenta la più evidente realizzazione architettonica della progettazione urbanistica legata ai grandi sventramenti della Città Vecchia negli anni Trenta. L'edificio si inserisce con un forte impatto nel tessuto architettonico della zona e raccoglie lungo la galleria centrale, come anche nei portoni, importanti affreschi di Carlo Sbisà, artista che seppe coniugare echi rinascimentali e spirito contemporaneo attraverso una personale reinvenzione.
Nello spazio triangolare definito dagli edifici presi in considerazione è inserita la colonna sormontata dalla statua bronzea che ritrae Leopoldo I d'Asburgo, realizzata ad imperituro ricordo di una visita in città dell'Imperatore. Questa zona rappresenta il nucleo centrale di quel Borgo Teresiano voluto dall'Imperatrice d'Austria Maria Teresa. Costruito tra la fine del Settecento e la metà dell'Ottocento su un'area precedentemente occupata da saline, esso possiede un'identità rigorosamente geometrica, costituita da strade diritte intersecantesi ad angolo retto. Modello di pianificazione urbana globale, già in fase progettuale furono definite in modo dettagliato tutte le regole e le caratteristiche architettoniche degli edifici che lo avrebbero costituito, andando a realizzare una “città nuova” che doveva possedere i requisiti adatti a fungere da moderno emporio: le case dovevano essere di tre piani, rispettivamente adibiti a magazzino (pianoterra), abitazione (secondo), a locali per uffici (terzo). Le stesse inoltre dovevano possedere un cortile interno (orti e giardini). I canali erano numerosi e servivano a far giungere le merci fino al cuore della città.
Purtroppo la presenza dell'acqua dei canali ora si limita al solo Canale Grande, peraltro parzialmente interrato, che funge ancora da spettacolare cornice per una vasta area rettangolare prospiciente il mare e chiusa dalla facciata neoclassica della Chiesa di Sant'Antonio Nuovo. Vicino ad essa vi è la Chiesa di S. Spiridione della comunità serbo ortodossa, che testimonia della pacifica convivenza nei secoli di molteplici culti religiosi. Sempre in Piazza del Ponterosso si trova la fontana del Mazzoleni (1753) che portava l'acqua dell'acquedotto teresiano nel nuovo agglomerato urbano.Numerosi i palazzi degni di menzione; tra gli altri spicca Palazzo Gopcevich (arch. G. Berlam, 1850) di gusto neorinascimentale. Dall'architetto Buttazzoni (1837) è la casa al n°1 e 2 della piazza omonima: vi trova sede la Fondazione Giovanni Scaramangà di Altomonte che conserva documenti storici triestini. Tra i pochi caffè storici superstiti (Caffè degli Specchi, Caffè San Marco, Caffè Tommaseo) in Piazza Sant'Antonio vi è l'antico Caffè Stella Polare.
Prima di lasciare questa zona, percorrendo la via Ponchielli si incontra Casa Czeike (arch. Bubolini, 1770), esempio di stile barocco dove alla semplice linearità dell'edificio fa da contraltare un imponente ingresso ad arco che sorregge un voluminoso balcone.
Due gli edifici che si fronteggiano: quello della Banca Commerciale Italiana (arch. E. Nordio, 1909) e quello della compagnia assicurativa Ras (Riunione Adriatica di Sicurità, arch. E. e A. Berlam, 1913), in cui spicca un sontuoso atrio il cui pavimento è decorato a mosaico. L'atrio ospita una copia in marmo policromo (dello scultore G. Marin) della “fontana dei leoni” di epoca romana ritrovata al tempo della realizzazione dell'edificio. Sulla piazza insiste Casa Smolars (arch. R. Depaoli, 1906-07) esempio di Liberty mosso e vibrante. Salendo lungo la via Mazzini si incrocia la via Imbriani in cui trova sede il Museo Morpurgo.
Da piazza Goldoni verso piazza Garibaldi passando in via Carducci si trova il Mercato Coperto (arch. C. Jona, 1935), che va inserito tra i più begli esempi di stile modernista di cui la città è ricca in quanto grande laboratorio architettonico del periodo tra le due guerre. Da rilevare il ritmo curvilineo e spiraliforme della torretta centrale ricca di finestre.
Percorrendo via Carducci verso la Stazione sulla destra si apre il Viale XX Settembre (ex Acquedotto) frutto di un'antica donazione di Domenico Rossetti che, tra il 1807 e il 1808, regalò alla città una strada alberata dove i cittadini potessero passeggiare. Il viale è pedonale ed è ricco di discreti ed eleganti edifici che ospitano case d'abitazione, uffici e locali commerciali. Sono presenti anche numerosi locali d'intrattenimento e d'estate è piacevole sostare ai tavolini all'aperto inseriti nella lunga teoria di alberi che rendono il percorso ombreggiato. Nella vicina via Battisti si trova il Caffè San Marco; fa parte dello stesso isolato la Sinagoga che si affaccia su Piazza Giotti.
Percorrendo via Zanetti si giunge in via Coroneo dove si incontra il Palazzo di Giustizia (arch. E. e U. Nordio, 1913,1934), severo e dalle massicce proporzioni. La facciata mostra due ordini sovrapposti; protagonista del secondo è un colonnato ionico che a sua volta è sormontato da un attico con statue di giuristi realizzate dagli scultori Asco e Mascherini.
La facciata si apre sul Foro Ulpiano che giunge fino a Piazza Oberdan zona che, negli anni Trenta, fu soggetta ad una radicale trasformazione. Dopo la distruzione dell'impianto precedente sorsero numerosi edifici che accolsero enti e istituzioni prestigiose che resero Piazza Oberdan il cuore moderno della città.
Considerevoli dal punto di vista architettonico la Casa del Combattente, in cui spicca una slanciata torre campanaria impostata su un basamento di arcate e volumi prevalentemente orizzontali, che appaiono come un'eco del mondo metafisico di De Chirico, e il Palazzo della Ras, anch'esso dotato di attico ma soprattutto di echi della progettazione piacentiniana. Da citare il raffinato atrio frutto di un lavoro a più mani dell'architetto Umberto Nordio, di Felicita Frai, di Achille Funi, di Ugo Carà che lavorarono assieme realizzando un vero capolavoro in cui progettazione architettonica, mosaico, affresco e scultura colloquiano in una mirabile sintesi.
Piazza Oberdan è anche il luogo da cui parte il celebre Tram de Opcina, la trenovia che dal 1902 effettua il servizio di collegamento tra il centro cittadino e l'altopiano carsico fino a Villa Opicina inerpicandosi per un ripido e panoramico percorso.
Pressochè adiacente la piazza, in via Filzi si trova l'ex Hotel Regina (arch. Max Fabiani, 1902-04) elegante costruzione di pietra e mattoni ora sede della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori e in via Ghega al n° 12 il Palazzo Rittmeyer, ora sede del Conservatorio Statale G. Tartini.

La città della Musica e dei Teatri
Trieste vanta una lunga tradizione per la musica in generale ma anche per ogni tipo di spettacolo teatrale, confermata annualmente dall'alto numero di biglietti venduti in rapporto al numero d'abitanti. Molte sono le istituzioni pubbliche e private che predispongono cartelloni di conceerti e spettacoli nei diversi teatri cittadini, chiese, musei ed altri spazi, anche all'aperto.
Centro principale di produzione è la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi che opera nella sede gloriosa del teatro omonimo e nello spazio più piccolo della Sala Tripcovich.
Con oltre due secoli di storia il Teatro Nuovo, inaugurato il 21 aprile 1801 con l'opera lirica Ginevra di Scozia di Giovanni Simone Mayr, in seguito denominato Teatro Grande ha visto, fra le altre, la nascita di due opere di Giuseppe Verdi Il corsaro e Stiffelio, rispettivamente nel 1848 e nel 1850. Pochi giorni dopo la morte del Maestro, nel 1901, il governo cittadino decise di intitolargli il Teatro, il primo nel mondo allora. Ora la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi, il cui organico comprende orchestra sinfonica, coro, corpo di ballo e gruppi strumentali da camera, offre una variegata programmazione di opere, operette, balletti, concerti sinfonici e cameristici. La stagione di lirica e balletto inizia a novembre e prosegue fino a maggio con, in cartellone, otto titoli d'opera, e tre di balletto classico e moderno. Da metà giugno a metà agosto si tiene il Festival Internazionale dell'Operetta, unico in Italia: rappresenta il fiore all'occhiello della Fondazione e della città stessa. Sono prodotte diverse operette, da quelle viennesi alle italiane, francesi e spagnole. Le stagioni sinfoniche, nei mesi di maggio, settembre ed ottobre raggruppano una decina di concerti in doppia serata con direttori e solisti di livello internazionale. Infine vi sono anche i programmi dei concerti “aperitivo”, le domeniche mattina, con i gruppi strumentali del Teatro o con varie altre formazioni di musica da camera.
Un'altra importante istituzione cittadina è la Società dei concerti, associazione privata e senza scopo di lucro, con oltre settanta anni di attività, che organizza una significativa stagione di musica da camera con concerti da novembre ad aprile, che si tengono, sempre di lunedì, al Politeama Rossetti.
Un'altra sede per concerti di musica cameristica è l'Auditorium del Museo Revoltella, in cui diverse istituzioni, in differenti periodi dell'anno, organizzano ministagioni dedicate principalmente a giovani concertisti e vincitori di concorsi internazionali. Per quanto riguarda la musica sacra, la Cappella Civica che opera nella Cattedrale di S, Giusto, oltre all'esecuzione musicale durante le SS. Messe della domenica e delle altre festività cattoliche, organizza concerti nei periodi d'Avvento e di Quaresima, mentre nel mese di settembre coadiuva la preparazione di un festival dedicato alla musica organistica. A Trieste non viene trascurata neppure la musica contemporanea: l'Associazione “Musica Libera” infatti, organizza, in novembre, il Festival Luigi Nono. Un'altra importante istituzione pubblica cittadina è la Civica Orchestra di Fiati che, oltre al tradizionale concerto del 6 gennaio, offre d'estate serate ad ingresso libero nel bellissimo piazzale in riva al mare della Capitaneria di Porto. Un'altra stagione di musica cameristica è quella organizzata dalla Glasbena Matica con una scelta di interpreti provenienti dai paesi d'area slava. I numerosi concerti di musica leggera italiana d'autore si tengono al Politeama Rossetti o alla Sala Tripcovich, o in ampi spazi quali il Palazzo dello Sport o lo stadio Nereo Rocco.
Il Teatro Miela è un “contenitore” speciale per tutte le “altre” musiche: elettronica, etnica, funky, jazz, mistica, pop, tribale, quelle più contaminate ed innovative, eseguite da artisti provenienti da tutto il mondo. Ricca è anche l'offerta di spettacoli di prosa grazie a tre istituzioni cittadine pubbliche, il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con sede al Politeama Rossetti predispone da ottobre a maggio, una stagione molto differenziata di spettacoli prodotti ed ospitati, con titoli di prosa che spaziano dai grandi classici greci agli autori del Novecento, oltre ai musicals, agli spettacoli di danza moderna e ai grandi eventi di nuovo teatro musicale; di interesse anche gli spettacoli di drammaturgia contemporanea rappresentati nello spazio ridotto della nuova Sala Bartoli.
Il Teatro Stabile la Contrada, con sede al Teatro Cristallo, presenta un cartellone con spettacoli principalmente dedicati al teatro leggero, con un occhio di riguardo al teatro dialettale. Il Teatro Stabile Sloveno/Sloveno Stalno Gledalisce, fondato nel 1903, fa parte dell'Offspring Project, associazione di teatri di minoranza europei, e presenta, da dicembre ad aprile, un cartellone con interessanti spettacoli teatrali principalmente in lingua slovena.
D'estate, il Teatro Romano, alcune piazze, le Rive ed altri spazi cittadini sono trasformati in nuovi palcoscenici, di varia grandezza, che ospitano spettacoli d'ogni genere musicale, teatrale e di danza, dai più tradizionali e popolari a quelli più alternativi e nuovi.

La Città dei Libri
La Trieste del Novecento ha generato scrittori e poeti di livello e spessore internazionale. Un insieme di circostanze hanno reso la città luogo privilegiato di osservazione e di analisi delle problematiche dell'uomo contemporaneo, dei suoi smarrimenti, dei suoi tormenti, con la conseguente traduzione in sensibilità psicologica ed espressività poetica. Trieste genera abitanti sempre alla ricerca della ragione della loro esistenza, perchè qui l'identità va costruita personalmente visto che quella trasmessa alla nascita non contempla la certezza dell'appartenenza ad un territorio con le sue regole e le sue tradizioni.
Scipio Slataper, la cui breve esistenza ci ha privato di un intellettuale lucidissimo, prima ancora che di uno scrittore che ben aveva colto la specificità della sua città natale scriveva: “Trieste è posto di transizione – geografica, storica di cultura, di commercio – cioè di lotta. Ogni cosa è duplice o triplice a Trieste, cominciando dalla flora e finendo con l'etnicità”. Ricerca analitica e introspettiva percorrono le opere di Svevo, come quella di Saba. Già i nomi di questi scrittori sono una sorta di manifesto.
Italo Svevo, nom de plume dell'ebreo di origine tedesca Ettore Shmitz, che aveva voluto sottolineare nello pseudomino, l'appartenenza a due culture; Umbero Saba, figlio di Ugo Abramo Poli e di Rachele Coen, il cui nome d'arte deriva dalla balia molto amata, Beppa Sabaz; Scipio, che coniuga l'italianissimo, anzi latino, nome, con lo sloveno cognome Slataper. La critica non fu generosa con loro, erano diversi dagli altri scrittori loro contemporanei sia per il contenuto che per la forma. Tutti e tre dovettero aspettare per veder riconosciuto il loro valore. Italo Svevo, nato a Trieste il 19 dicembre 1861 e morto a seguito di un incidente automobilistico il 13 settembre 1928, fu riconosciuto prima dalla critica internazionale che da quella italiana, anche per la sua lingua “spuria” che determinò la difficoltà di scoprire la lucidità della sua narrativa. Solo successivamente Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno, per citare solo le opere maggiori e maggiormente conosciute, trovarono il posto che si meritano nel panorama della letteratura del Novecento. Scipio Slataper, nato a Trieste il 14 luglio 1888, morto il 3 dicembre 1915 sul Podgora, combattendo con gli italiani, nel Mio Carso affronta il rapporto tra Trieste e il suo retroterra sloveno e le peculiarità culturali che ne derivano. Umberto Saba, nato a Trieste il 9 marzo 1883 e morto a Gorizia il 25 agosto 1957, nella sua opera poetica, che trova massima espressione nel Canzoniere, tenendo quasi sempre fede a motivi autobiografici, ripercorre gli avvenimenti con introspezione quasi psicanalitica. Chi nella seconda metà del secolo scorso raccolse il testimone di questa analisi, con la consapevolezza che un insieme di fatti mutevoli enon governabili può sempre rimettere in discussione il destino umano, soprattutto per la gente di frontiera, fu Fulvio Tomizza. Nato il 26 gennaio 1935 a Materada in Istria (morto a Trieste nel 1999), un tempo austriaca, poi, italiana, ancora jugoslava e oggi croata, fu partecipe con lucida consapevolezza del tormento di quelli che in queste terre hanno vissuto. Materada, La ragazza di Petrovia, Il bosco di Acacie rappresentano però, assieme a tutta la sua opera, anche il tentativo di trovare un dialogo oltre le differenze etniche, sociali e politiche.

I Civici Musei
I Civici Musei di Trieste sono costituiti da una serie differenziata di Musei che raccolgono testimonianze della storia e della cultura locale. Dai documenti che narrano del passato della città, agli oggetti appartenuti a collezionisti intelligenti e lungimiranti, che chiariscono quali erano i gusti e lo stile di un'epoca, alle realizzazioni architettoniche che attestano particolari momenti storici ma anche l'immaginario coevo, tutti riuniti rappresentano un corpus rilevante per avvicinare e conoscere la città.
Il Civico Museo di Storia ed Arte è situato in via della Cattedrale. Ha avuto origine nell'Ottocento con l'intento di raccogliere il materiale della storia e della cultura della città; conserva materiali archeologi della preistoria e della protostoria locale, accanto alla collezione egizia, a quella dei vasi greci e alle sale dedicate alla civiltà romana.
Vi è annesso l'Orto Lapidario, immerso nel verde che, d'estate, la sera, si anima di proposte culturali. Esso custodisce epigrafi, monumenti e sculture di epoca romana; vi è il tempietto neoclassico con il Cenotafio del celebre Winckelmann. Il Giardino del Capitano conserva sculture, lapidi e iscrizioni di epoca medievale e moderna.
Sempre a San Giusto, nel castello, si trova il Civico Museo del Castello, dove si conserva una ricca raccolta d'armi provenienti da collezioni private confluite ai Civici Musei ai primi del Novecento. Negli ambienti restaurati del Bastione Lalio, il 4 aprile 2001, è stato inaugurato il nuovo Lapidario Tergestino, costituito da iscrizioni, sculture, bassorilievi e frammenti architettonici triestini di epoca romana. Dal 1930 il Castello è di proprietà del Comune, che lo ha attrezzato a scopo turistico e lo utilizza per manifestazioni culturali, spettacoli e mostre temporanee. Visitare il Castello significa conoscere un sito particolarmente interessante dal punto di vista panoramico. Il colle su cui si trova permette una visione della città e del suo territorio a 360° gradi.
Il Civico Museo Sartorio e il Civico Museo Morpurgo prendono il nome da prestigiose famiglie triestine che lasciarono al Comune di Trieste i loro palazzi e i preziosi arredi, che ci restituiscono l'immagine della vita quotidiana di una famiglia borghese della Trieste del passato. Il primo è ospitato nella settecentesca villa appartenuta all'illustre famiglia Sartorio, originaria di San Remo. Il primo piano conserva intatto l'arredamento: mobili, quadri, disegni, libri, oggetti vari e tappeti. Al secondo piano è visibile la preziosa collezione dei disegni di Giambattista Tiepolo. Vi sono inoltre conservate la collezione Rusconi-Opuich – circa 2500 opere di pittura, disegni, stampe, gioielli, ventagli, tessuti, argenti e peltri – e la Raccolta d'arte Stavropulos. Socrate Stavropulos, capitano d'industria di origine greca, collezionista e mecenate che visse tra Trieste e Budapest, donò le sue raccolte di pittura e scultura dall'arte antica al Novecento alla città. Il museo Sartorio è inoltre arricchito da una rassegna di maioliche italiane del Settecento, accanto a esemplari di produzione triestina e inglese. Il secondo ha sede in quello che fu l'appartamento di una ricca famiglia della borghesia imprenditoriale triestina dell'Ottocento. Situato al secondo piano di un edificio eretto in via Imbriani su progetto del 1875 dell'architetto Giovanni Berlam, fu donato nel 1943 al Comune di Trieste per volontà testamentaria di Mario Morpurgo de Nilma, raffinato collezionista. Costituisce uno splendido esempio di casa borghese arredata con sfarzo; gli interni, tutti originali, rappresentano diversi stili storici nel gusto del secondo Ottocento.
Al primo piano dello stesso edificio si trova il Museo Teatrale Fondazione “Carlo Schmidl”, nato dal lascito dell'omonimo editore musicale e incrementato dagli archivi del Teatro Verdi e di alcuni teatri e società teatrali triestine dell'Ottocento e Novecento. Il museo è secondo solo a quello del Teatro alla Scala di Milano per ricchezza di documenti e pubblicazioni. Testimonia la vita musicale di Trieste e dei suoi teatri dal 1801 ad oggi, attraverso manifesti, locandine, fotografie, stampe, medaglie, quadri, disegni, strumenti musicali, oggettistica, fondi archivistici e manoscritti autografi. Notevole il patrimonio della biblioteca specializzata in musica e spettacolo, oltre a quelli della fototeca e della mediateca. Infine, sempre nello stesso edificio si trova il Civico Museo di Storia Patria, che conserva documenti, cimeli, dipinti, stampe sulla storia e sul folclore cittadino.
In Piazza Oberdan si trova il Museo del Risorgimento ospitato nell'edificio appositamente costruito dall'architetto Umberto Nordio nel 1934 e decorato con affreschi di Carlo Sbisà. Conserva documenti, fotografie, divise, cimeli, dipinti relativi a fatti e personaggi delle vicende risorgimentali locali, dei moti del 1848 alla Prima guerra mondiale. All'esterno si trova il Sacrario dedicato alla memoria di Guglielmo Oberdan (patriota triestino impiccato per avere attentato alla vita dell'imperatore Francesco Giuseppe nel 1882) con la cella del martire e il monumento, opera dello scultore Attilio Selva.
Testimonianza dei fatti tragici della Seconda guerra mondiale è la Risiera di San Sabba, utilizzata, dopo l'8 settembre 1943, come campo prigionia, luogo di smistamento dei deportati diretti in Germania e Polonia, di deposito dei beni razziati, di detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. Il 4 aprile 1944 venne messo in funzione anche un forno crematorio. Nel 1965 la Risiera di San Sabba fu dichiarata Monumento Nazionale con decreto del Presidente della Repubblica e nel 1975 venne ristrutturata su progetto dell'architetto Romano Boico, divenendo Civico Museo della Risiera di San Sabba.
Dei Civici Musei fa parte anche il Museo di Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”, che trae origine dalla collezione di cimeli e oggetti vari dello studioso triestino Diego de Henriquez (1909-1974). Oltre ai mezzi pesanti e all'armamento leggero il patrimonio del Museo comprende una vasta biblioteca e un archivio militare, civile e cartografico. Vi sono inoltre sezioni attinenti alle telecomunicazioni, alla riproduzione fonica, alla sfragistica, alla filatelia, militaria (uniformi e copricapi), stampe, quadri, medaglie e un archivio fotografico notevole per quantità e peculiarità dei soggetti.
Si ricordano inoltre il recente Civico Museo d'Arte Orientale, primo museo che nasce in Friuli Venezia Giulia dedicato specificamente all'arte orientale. Ospita collezioni e oggetti d'arte orientale, come porcellane cinesi e giapponesi, una ricca raccolta di xilografie giapponesi e anche memorie e ricordi di viaggio, armi, strumenti musicali, testimonianze di vario tipo e reperti di carattere etno-antropologico, provenienti da tutta l'area asiatica, in particolare dalla Cina e dal Giappone.
Infine fa parte della rete dei Civici Musei il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa, aperto nel 1997, presso il Palazzo delle Poste (arch. F. Setz), il cui intento è quello di valorizzare le testimonianze della “cultura postale” del Friuli Venezia Giulia e delle nazioni limitrofe appartenenti al bacino dell'Europa centrale.

Il Colle di San Giusto
Il colle di San Giusto domina la città di Trieste. Sulla sua sommità l'ampia piazza della Cattedrale è stata il centro della vita politica, sociale e culturale della città fin dall'epoca protostorica e romana. Molti e importanti i ritrovamenti di edifici romani relativi alla vita civile: la piazza porticata del Foro, di cui restano solo le pietre del selciato tra i due filari di cipressi, e la basilica civile, a pianta rettangolare con colonnato in origine a due piani e con due absidi contrapposte che ospitavano il tribunale a nord e la curia a sud (II secolo d.C.). All'interno del campanile si trovano altri resti romani i quali sono stati riconosciuti come parte di un propileo (80 d.C), edificio colonnato a due avancorpi e gradinata centrale che dava forse accesso al tempio principale dedicato alla triade capitolina. Sulle rovine del tempio venne eretta nel V secolo una basilica paleocristiana, sostituita tra il IX e XII secolo da due chiese parallele, unificate nel XIV secolo nell'attuale Cattedrale dedicata a San Giusto, santo patrono della città.
Sulla destra della Cattedrale si trova la piccola Chiesa di San Michele al Carnale (XIII secolo), accanto alla quale si apre l'entrata al Civico Museo di Storia ed Arte e Orto Lapidario. La piazza e caratterizzata dalla cinquecentesca colonna (1560) che, dal 1844, sorregge il melone e l'alabarda, simboli di Trieste, dalla mole dell'ara della III Armata (1929) e dal possente Monumento ai Caduti della Grande Guerra (A. Selva, 1935).
La città di Trieste ha dedicato ai suoi caduti in guerra anche un'ampia e verdeggiante area sul declivio del colle capitolino, il Parco della Rimembranza. L'area può essere visitata con una passeggiata circolare. Si propone la partenza dalla Piazza della Cattedrale per percorrere il Castello lungo il suo perimetro (via San Giusto, via T. Grossi). Si giunge alla fontana che fa parte della Scalinata dei Giganti (arch. R. e A. Berlam). Alla sua sinistra si apre il Parco della Rimembranza che congiunge lo slargo con la via Capitolina, la quale giunge sulla sommità del colle in cui si erge il Castello di San Giusto, dai cui camminamenti si può godere un meraviglioso panorama di tutta la città.

Edifici e Culti religiosi
Se si osserva Trieste dall'alto ciò che colpisce è un ricco tessuto architettonico formato da tetti rossi e bruni, da cupole alte e blu, da elevate guglie e svettanti campanili. Una possibile lettura di Trieste passa anche attraverso la varietà di stili, di culti e di religioni presenti sin dall'inizio del suo sviluppo. Cattolici, Ebrei, Ortodossi, Protestanti possiedono in città un proprio edificio simbolo, perchè qui si sono incontrati, hanno lavorato vivendo in armonia, evidenziando l'impronta multietnica e multiculturale della città, resa possibile da lungimiranti atti politico-economico-religiosi dell'Impero Austro-ungarico. L'itinerario proposto parte dal nucleo originario della città, con la Cattedrale di San Giusto prosegue scendendo dal Colle Capitolino sino alla medievale Chiesa di San Silvestro poi, passando accanto al Teatro Romano e superando Piazza dell'Unità, propone il fronte mare, con le chiese di San Nicolò, San Spiridione, Sant'Antonio Nuovo e, infine, porta alla Chiesa Evangelico Luterana per concludersi, in piazza Giotti, con il Tempio Israelitico.

Le Rive
Le rive di Trieste rappresentano un'ideale cerniera tra il Mediterraneo e la Mitteleuropa. Giungendo dalla panoramica Strada Costiera fungono da scenografia entrata in città restituendoci già al primo impatto visivo quella peculiare identità di città in bilico tra suggestioni centro europee e mediterraneità. I colori predominanti sono quelli che vanno a costituirsi attraverso la fusione della predominante grigio azzurra dei palazzi con quell'arancio di tanti tramonti che spesso influenzarono la tavolozza degli artisti triestini. Le Rive raccolgono testimonianze architettoniche ed urbanistiche che definiscono lo stile triestino costituitosi nel corso della storia e rappresentano il cardine su cui insiste maggiormente l'ideazione creativa di un piano regolatore che va a rileggere la sistemazione urbanistica per formulare nuove ipotesi più consone alle prospettive future. Nella Piazza della Libertà spicca il Palazzo Economo in stile neogreco (arch. Scalmanini) in cui si trova la Soprintendenza alle Belle Arti (che al secondo piano ospita la Galleria d'Arte Antica) e la Stazione Ferroviaria di stile neorinascimentale di cui si segnala l'atrio di ampie e proporzionate dimensioni (arch. Flattich, 1878).
La Piazza è anche il luogo da cui si diparte il Porto Vecchio, una sorta di città che attualmente è oggetto di una progettazione volta alla sua riqualificazione. Proseguendo lungo Corso Cavour, sulla sinistra, al n°13, vi è il Palazzo della Banca d'Italia, quindi quello delle Assicurazioni Generali (arch. Geiringer e arch. Zabeo, 1886) assieme alle Ras tra le maggiori compagnie assicurative a livello internazionale.
Attiguo è il cosiddetto Grattacielo Rosso, in mattoni, di A. Berlam (1926-1928), edificio in cui si ravvisa uno sguardo alle esperienze europee ma soprattutto a quelle americane: è una sorta di grattacielo non concluso che possiede il fascino delle opere in divenire. Di fronte, sul lato prospiciente il mare, vi è l'ex Idroscalo (arch. R. Pollack, 1931) che documenta la volontà del periodo di reinventare Trieste come città moderna, tramite un collegamento tra navigazione marittima ed aerea. Come molte delle realizzazioni del periodo fonde elementi razionalisti a decorazioni di matrice classica (si vedano il telamone e la cariatide sovrastanti il portale d'ingresso) che vanno a creare un edificio eloquente. Lasciandosi alle spalle queste realizzazioni, sulla sinistra si apre lo scenografico Canale Grande che una volta giungeva sino alla Chiesa di Sant'Antonio Taumaturgo (Sant'Antonio Nuovo) e permetteva l'attracco alle navi cariche delle mercanzie orientali.
Non è una caso che presso uno dei lati d'entrata del canale sorga il Palazzo Carciotti (arch. M. Pertsch, 1802) vasto e raffinato palazzo di rappresentanza dell'omonimo commerciante greco, che lo utilizzò sia come residenza che come luogo di deposito. La bellezza del palazzo è legata alle sue proporzioni ma soprattutto, come gran parte dell'architettura triestina, alla facciata, che presenta uno zoccolo a bugnato sopra cui vi sono sei colonne ioniche scanalate. Le stesse si ergono fino ad una balconata che regge sei statue. Al di sopra conclude l'edificio una cupola in rame con un'aquila. L'atrio è decorato con statue di Antonio Bosa mentre la sala del piano nobile con opere di G.B. Bison. Proseguendo nell'itinerario lungo le rive sulla sinistra si incontrano l'ex Hotel de la Ville (arch. G. Degasperi, 1839), per decenni il più importante albergo della città, la chiesa greco-ortodossa di San Nicolò (1787, facciata arch. M. Pertsch, 1821) il Caffè Tommaseo.
I tre edifici ci riportano ad una Trieste dell'ottocento cosmopolita in cui il commercio si trasformava rapidamente in ricchezze che permisero di soddisfare i diversi appetiti, da quelli mondani a quelli prettamente culturali. Simbolo di questa commistione erano i caffè. A Trieste furono numerosissimi: luoghi di ritrovo, di lettura, di scambi relazionali. In un certo senso rappresentano sia il corrispettivo salottiero della “piazza esterna” cioè della comunità che si confronta sui temi della quotidianità, che quello contemporaneo di “piazza virtuale”: gli antecedenti del mondo di Internet e della comunicazione on line. Proseguendo lungo l'itinerario s'incontra l'edificio che ospita il Teatro lirico “Giuseppe Verdi” (inaugurato il 21 aprile 1801): la facciata principale, opera del Pertsch, impronta ad una sobrietà neoclassica, richiama il celebre teatro alla Scala di Milano opera di Piermarini, di cui il Pertsch fu allievo. L'interno è di Gianantonio Selva, autore anche della Fenice di Venezia. L'ottima acustica è stata da sempre uno dei tratti distintivi del Teatro per il quale Giuseppe Verdi scrisse lo Stiffelio. A documentare questo rapporto vi è un'iscrizione posta sulla facciata dell'ex Hotel de la Ville che testimonia la permanenza del musicista a Trieste proprio per questo scopo. Il teatro è stato oggetto di una radicale ristrutturazione ad opera dell'architetto Dino Tamburini.
Si apre quindi la spettacolare Piazza dell'Unità d'Italia appena trasformata (1999-2001) dell'architetto francese Bernard Huet con una sensibilità dovuta alla sua particolare propensione per la cultura neoclassica di matrice illuminista, che gli ha permesso di entrare in sintonia con quella cultura che vide la stessa piazza già nel 1870 essere oggetto di una radicale risistemazione ad opera dell'architetto Giuseppe Bruni.
La Piazza lega il Borgo Giuseppino a quello Teresiano ed è connotata ad una straordinaria ampiezza, dal suo affacciarsi sul mare e dalla serie eclettica di edifici che la caratterizzano. Tra essi rivolgendosi verso il centrale Palazzo Comunale (arch. G. Bruni, 1875), edificio legato a stilemi rinascimentali, manieristi e barocchi, sede del Municipio, e guardando a sinistra, con il mare alle spalle, vi è il Palazzo del Governo (arch. E. Hatmann, 1905) decorato con tessere musive dorate, Palazzo Stratti (arch. A. Buttazzoni, 1839) monumentale e rigoroso e Palazzo Modello, realizzato dallo stesso Bruni. Sulla destra vi è il maestoso edificio dell'ex Lloyd Triestino, ora sede della Regione Friuli Venezia Giulia. L'artefice fu l'austriaco Heinrich von Ferstel (1883) che produsse un edificio in stile rinascimentale. Da notare le belle fontane con sculture di Giuseppe Pokorny e Ugo Hardtl che, illuminate di notte, espandono sorgenti di luce riflessa.
Infine restano da citare l'ex palazzo Vanoli (1875), ora albergo, di buon gusto eclettico e Palazzo Pitteri (arch. U. Moro, 1780), unico superstite della piazza antecedente il 1870, d'impronta classicista. Prima di oltrepassare piazza dell'Unità d'Italia si suggerisce una passeggiata sul Molo Audace da cui si gode di un ottimo panorama della fascinosa scenografia costituita dai palazzi prospicienti le Rive. Lasciata alle spalle la piazza, si incontra, a sinistra, il grande albergo Savoia Excelsior (arch. L. Fiedler, 1912) che si impone alla vista come un maestoso scrigno prezioso che riporta ai tempi degli straordinari edifici alberghieri e delle “navi bianche”, e, a destra, la Stazione Marittima, opera di Giacomo Zammatio e Umberto Nordio (1928) architetto triestino particolarmente attento a coniugare il funzionalismo allo spirito modernista.
Dopo la Stazione Marittima il lato mare presenta uno spazio particolarmente ampio che si restringe in concomitanza con l'ex Pescheria (ing. Polli, 1913), di prossima apertura come sede espositiva polifunzionale. L'edificio unisce esigenze funzionali ad un'architettura Liberty ariosa in cui le predominanti sono il ferro e il cemento.
Il lato sinistro è invece costituito da un'infilata di edifici composti e decorosi di matrice neoclassica perlopiù utilizzati come residenza privata. Tra le altre si segnalano le case di Valentino Valle, il palazzo Vucetich del Buttazzoni e le case Sartorio di Degasperi e Pertsch.
  Addentrandosi lungo le numerose strade perpendicolari situate tra la Piazza dell'Unità d'Italia e la bella e discreta Piazza Venezia, si giunge nell'ampia Piazza Hortis, ricco di alberi. Lì si trova un edificio che somma ben tre istituti: la Biblioteca Civica “Attilio Hortis”, ricca di oltre 400.000 documenti, rifugio quotidiano di Italo Svevo, il Museo Sveviano e il Civico Museo di Storia Naturale.
Al n°4 di Riva Grumula si distingue casa Stabile, edificio progettato da Max Fabiani in perfetto stile Jugendstil viennese: si noti l'idea della balconata vetrata curvilinea d'angolo. Di fronte ad esso vi è uno dei più antichi club velici d'Italia, lo Yacht Club Adriaco (arch. V. Presani, 1840), inoltre quello della Società Triestina della Vela e della Marina San Giusto.
Alla sinistra vi è il Lazzaretto San Carlo (o Lazzaretto vecchio) sede del Museo del Mare e all'incrocio con Riva Traiana la Stazione ferroviaria di Campo Marzio (arch. R. Seelig, 1907), elegante edificio liberty che evoca profumi orientali.
Di fronte vi è la Sacchetta, dove sono ormeggiate numerose imbarcazioni. In questa zona sono presenti gli stabilimenti balneari Ausonia e Alla Lanterna: il primo è un esempio di quella edilizia sportiva degli anni '20 e '30 in cui lo sport divenne pratica quotidiana, il secondo si distingue per un particolare regolamento che prevede una rigida separazione tra il settore femminile e quello maschile.
La zona della Sacchetta è definita dai moli Venezia, Sartorio e Fratelli Bandiera. In quest'ultimo trova sede uno splendido esempio di purismo neoclassico: è la vecchia Lanterna (arch. M. Pertsch, 1833).

Il Museo Revoltella
Il Museo Revoltella è un'importante galleria d'arte moderna nata dallo sviluppo di un'istituzione fondata nel 1872 per volontà del barone Pasquale Revoltella (1795-1869) che nel suo testamento dispose di lasciare alla città di Trieste il suo palazzo e la sua collezione d'arte.
Assieme all'edificio e agli oggetti che conteneva, egli lasciò in eredità al museo una cospicua rendita che permise di aumentarne di anno in anno il patrimonio e costituire in poco tempo considerevole raccolta d'arte, in cui già alla fine dell'ottocento figuravano celebri autori italiani quali Hayez, Morelli, Favretto, Nono e Palizzi, e anche molti altri stranieri. Nel corso di questo secolo il Museo Revoltella si è sviluppato ulteriormente diventando un'istituzione culturale sempre più prestigiosa e un significato riferimento per l'arte moderna e contemporanea, non solo per l'arricchimento ulteriore della collezione – dove sono entrati quasi tutti i nomi più significativi del novecento italiano, tra cui Casorati, Sironi, Carrà, Morandi, De Chirico, Manzù, Marini Fontana e Burri – ma anche per le mostre che hanno contribuito, per mezzo di apporti scientifici di altissimo livello, alla valorizzazione e alla conoscenza dell'arte degli ultimi due secoli. Inoltre il museo si è ampliato, acquisendo il vicino Palazzo Brunner, dove, attraverso una lunga opera di ristrutturazione, iniziata nel 1968 su progetto di Carlo Scarpa, interrottasi più volte e terminata nel 1991, sono stati ricavati nuovi spazi espositivi per la galleria d'arte moderna. Oggi il museo occupa un vasto complesso edilizio, costituito da tre corpi che formano un intero isolato delimitato dalla piazza Venezia e dalle vie Diaz, Cadorna e San Giorgio. La Palazzina Basevi, cioè il terzo edificio, affacciato sulla via San Giorgio, ospita la direzione e gli uffici amministrativi. Il Palazzo Revoltella, costruito nel 1858 su progetto di Friedrich Hitzig e abitato da Pasquale Revoltella fino alla morte, avvenuta nel 1869, è composto da tre piani da un grande scalone elicoidale e conserva quasi tutti gli arredi originali e le opere della collezione Revoltella. Dal secondo piano si accede alla galleria d'arte moderna, dove è esposta una selezione di oltre 200 opere dell'ottocento e del novecento.

La Città della Scienza
Trieste può essere considerata oggi una e vera propria “capitale scientifica”. E' stato soprattutto nel secondo dopoguerra che si è compiuto un significativo sforzo per lanciare la città come centro di spicco per la produzione di cultura scientifica rivolto ai paesi in via di sviluppo, ma anche, significativamente, ai paesi dell'Europa centrale e orientale. Partendo dall'idea che la scienza più avanzata fosse indispensabile per far uscire il Terzo Mondo dal sottosviluppo, nacque nel 1964 il Centro Internazionale di Fisica Teorica (CIFT-ICTP), alla cui direzione fu chiamato il Prof. Abdus Salam, pakistano, che avrebbe ottenuto quindici anni dopo il Premio Nobel per la Fisica.
Il Centro è sostenuto da due agenzie specializzate delle Nazioni Unite, l'International Atomic Energy Agency e l'UNESCO, ma il grosso dell'impegno finanziario è fornito dal governo italiano. Il Centro ha contribuito alla formazione avanzata di circa settantamila scienziati provenienti principalmente dai paesi in via di sviluppo. Successivamente fu creata la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA), che offre solo corsi di dottorato in lingua inglese con un corpo docente e discente internazionale che ha acquistato una reputazione di eccellenza scientifica.

Il grande sviluppo della genetica molecolare degli anni '70 indusse a promuovere la creazione di un centro di eccellenza per la ricerca e la formazione nel campo dell'ingegneria genetica e biotecnologica, rivolto alla soluzione dei principali problemi dei paesi del Terzo Mondo (alimentazione, salute e sviluppo economico). Nacque così nel 1987 l'International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology (ICGEB), un'organizzazione internazionale autonoma che ha in Trieste la sede della direzione generale e di uno dei suoi due laboratori (l'altro ha sede a New Delhi). Anche questo centro, che è finanziato principalmente dal governo italiano e ospita 150 ricercatori di oltre trenta diversi paesi, si è affermato per l'eccellenza della sua attività scientifica.

Negli stessi anni il governo italiano decideva di localizzare a Trieste un nuovo Laboratorio di Luce di Sincrotrone nazionale dedicato alla produzione di raggi X per studi di struttura della materia e di biomolecole. Il realizzatore e primo Presidente di ELETTRA,  è stato il Prof. Carlo Rubbia, che pure ottenne il Nobel per la Fisica in quegli stessi anni.

ELETTRA, insieme all'ICGEB e a diverse altre strutture di ricerca, è situato in *AREA Science Park*, il principale parco scientifico italiano.

Completano il quadro del panorama scientifico triestino altre istituzioni scientifiche, già presenti storicamente, nella città, quali l'Università, l'Osservatorio Astronomico dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, l'Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS), l'Isituto di Scienze Marine del CNR, il Laboratorio di Biologia Marina, cui si aggiunge l'esposizione museale interattiva del Science Centre Immaginario Scientifico.
Come si vede, è presente a Trieste un complesso di istituzioni di ricerca, alcune delle quali con una forte valenza internazionale, che giustificano la reputazione ormai acquisita della città di una vera e propria “Capitale della Scienza”.


Miramare
Al termine della Strada Costiera, arrivando da Venezia, si può notare sulla punta di un promontorio il Castello di Miramare. Parco e Castello sorsero per volontà di Massimiliano d'Asburgo, fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe.
Nato nel 1832 a Vienna, Massimiliano giunge a Trieste per la prima volta nel 1850 e, divenuto contrammiraglio della flotta austriaca, decide di stabilirsi in città. Individua nel promontorio di Miramare il sito dove stabilire la propria dimora; pertanto affida la realizzazione di un castello a Carl Junker (1856) indicandogli linee progettuali ben precise. Il Castello è in stile eclettico: vengono impiegati motivi medievali con l'arco a tutto tondo e modi neogotici con elementi ad arco acuto. Nel 1860 Massimiliano e la sua giovane consorte, Carlotta del Belgio, entrano nella nuova residenza. Nel 1864 però la coppia salpa da Miramare per il Messico, paese allora dilaniato da gravi contrasti interni, la cui corona fu offerta a Massimiliano: egli però verrà fucilato a Quèretaro nel 1867. Carlotta, rientrata pochi mesi prima in Europa, comincia a dare segni di squilibrio mentale: si ritira dapprima nel Castelletto del parco ma poi si trasferirà in Belgio, dove morirà nel 1927. Il Castello sarà abitato dalla coppia solo quattro anni.

Il piano terra è riservato agli appartamenti destinati a Massimiliano e Carlotta. Viene ultimato nel 1860 e l'assetto interno rispecchia le tendenze dell'epoca, che i decoratori Franz e Julius Hofmann esprimono secondo le indicazioni del committente.
La visita inizia con la stanza da letto di Massimiliano, la cosiddetta cabina e lo studio Novara che imitano analoghi spazi a bordo delle navi della Marina austriaca. L'appartamento di Massimiliano termina con la biblioteca, ricca di oltre 7.000 volumi, in parte esposti e in parte in deposito.
Segue l'appartamento di Carlotta. Nella stanza ricavata nella torretta, un quadro di Jean Portaels la ritrae (1857): di fronte è esposto il fortepiano sul quale Carlotta suonava. Dopo la stanza da letto e lo spogliatoio si giunge in una sala che presenta tavole acquarellate, che narrano le vicende costruttive del castello, e le foto tratte dall'album di Massimiliano. La Cappella e la Sala della Rosa dei Venti concludono la visita al piano terra, l'unico abitato della coppia.
Attraverso lo scalone d'onore, che consente di ammirare il golfo verso Trieste e verso Duini, si giunge al primo piano dove si accede ad alcune stanze ristrutturate negli anni Trenta per ospitare il duca Amedeo d'Aosta e la sua famiglia. Gli ambienti sono arredati secondo il il gusto razionalista e conservati sino a oggi con i mobili originali.
Il primo piano, la zona destinata agli ospiti, viene ultimato verso il 1870 ed è in stile neorinascimentale e neobarocco, tipico della moda del Secondo Impero. Dal ballatoio iniziano le sale di rappresentanza, fra le quali spiccano la Sala dei Regnanti, la Sala delle Udienze, i Salotti Orientali, la Sala Storica e infine la Sala del Trono.
Dal piazzale del Castello si può apprezzare l'estensione del Parco che copre ben 22 ettari. Il promontorio venne acquistato da Massimiliano con l'idea di rendere rigoglioso quell'ambiente carsico. Grazie a vari progetti di bonifica, il sito è un giardino esuberante ricco di piante rare ed esotiche.
Costruzioni con destinazioni diverse arricchiscono il Parco: all'ingresso principale le Scuderie, uno spazio ora adibito a mostre; verso l'uscita di Grignano il Castelletto, abitato da Carlotta al suo ritorno dal Messico nel 1866, oggi centro visite della Riserva Naturale Marina di Miramare.


La Gastronomia
La cucina di Trieste è strettamente legata alla storia della città. Come tutta la cultura, anche la “cultura gastronomica” è il risultato dell'accostamento degli apporti e delle tradizioni delle nazionalità che, dal Settecento in poi, hanno contribuito a formare il tessuto sociale cittadino. Nonostante l'evolvere di Trieste da borgo a grande città imperiale, tutti questi influssi continuano a convivere come differenti anime portanti della gastronomia locale.
Si può distinguere la cucina di mare di origine istriana e veneta e quella dell'entroterra, di origine slava e austro-ungarica.
Si tratta, in entrambi i casi, di cucina tendenzialmente povera, ma che fa della sua essenzialità e semplicità uno dei suoi punti di forza. La cucina di mare si affida soprattutto alla qualità del pesce e a metodi di cottura semplici che ne esaltano il sapore. Antipasti e risotti di frutti di mare, insalate di molluschi, l'insalata di "granzievola", i rinomati pesci dell'Istria al forno o ai ferri, costituiscono l'attrattiva principale dei ristoranti e delle trattorie che si ritrovano soprattutto lungo le Rive. Un cenno a parte merita il pesce azzurro e in special modo sardelle e sardoni, ai quali la città dedica, in agosto, una sagra durante la quale quintali di sardoni fritti, impanati o “in savor”  vengono degustati nei chioschi in riva al mare.

Ma basta spostarsi di poco e portarsi sulle alture del Carso, a ridosso della costa, per scoprire un mondo culinario completamente diverso. Qui è il regno dei primi piatti: gnocchi di patate, di pane, di susini, pasticci, crespelle, rotoli di patate e spinaci, conditi con sughi corposi di arrosto, goulash e cacciagione.
Sicuramente va assaggiata la jota, una minestra fatta di cappucci acidi, patate e fagioli, dal gusto talmente particolare che o si ama o si odia. L'influenza della dominazione asburgica è in questi piatti evidentissima, e Trieste, terza città dell'Impero, non poteva che unire nei suoi menù piatti ungheresi con quelli cechi, austriaci e slavi, fondendo cibi e sapori dal centro Europa ai Balcani.

Sapori che si ritrovano anche nella pasticceria locale: strudel di mele o ricotta e “palacinke” (crespelle dolci ripiene di confettura o noci) non mancano quasi mai in un menù, il "presnitz" (fusione tra un involucro di pasta sfoglia e un ripieno di frutta secca, cioccolato e liquore) è sempre presente sulle tavole delle feste, mentre le "fave" (morbidi dolcetti di mandorle) e la "pinza" pasquale (soffice dolce lievitato) sono di origine veneta.

Ma un viaggio nella gastronomia triestina non può considerarsi concluso senza aver considerato uno degli emblemi della città: i buffet.
Appena entrati si è avvolti dall'odore intenso dei crauti, il naturale accompagnamento a salsicce di Vienna e di cragno, porcina, cotechino, lingue, pancetta: non cìè parte del maiale che non finisca “in caldaia” a sobbollire lentamente in attesa di essere servita fumante con una grattata di kren, la piccante radice di rafano. Ma il re di ogni buffet che si rispetti è il "prosciutto cotto caldo": coscia magra di maiale con osso che viene massaggiata per ammorbidirla e poi cotta lentamente fino a 12 ore per essere poi servita, ancora calda, come ripieno per un panino o come spuntino. Diversi buffet fanno ormai parte della storia e hanno sostituito i caffè quale punto di ritrovo per discutere di affari o di politica.

Per concludere, uno sguardo ai vini: notevole è l'offerta dei rinomati vini friulani e del Collio, ma un grande lavoro si sta facendo su due vini locali, il Terrano, un rosso vigoroso e aspro ma adattissimo ai piatti della cucina carsica e citato già in epoca romana per le sue qualità, e la Malvasia Istriana, originaria dell'antica Grecia, un bianco poco alcolico e leggermente aromatico, dal gusto asciutto. Recentemente è iniziato un lavoro di selezione sulla Vitovska, un vitigno autoctono con un futuro molto promettente.

Ringraziamo l'Agenzia di Informazione e di Accoglienza Turistica di Trieste per i testi
gentilmente concessi e parte delle immagini qui pubblicate.
La restante parte delle immagini, prodotte dall'Ufficio Immagini, sono pubblicate per gentile concessione dell'Archivio Generale del Comune di Trieste

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