Claude Monet (1840-1926) Michel Monet in maglione blu, 1883 Claude Monet a Palazzo Reale
Un’imperdibile mostra dedicata a Claude Monet inaugura dal 18 settembre 2021 la programmazione autunnale di Palazzo Reale di Milano, con l'esposizione di oltre 50 opere dell’artista più amato tra gli Impressionisti, provenienti dal Musée Marmottan.
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Promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Arthemisia, la mostra è curata da Marianne Mathieu ed è realizzata in collaborazione con il Musée Marmottan Monet di Parigi, da cui proviene l’intero corpus di opere, e l’Académie Des Beaux – Arts – Institut de France.

La mostra rientra nel progetto museologico ed espositivo “Musei del mondo a Palazzo Reale” nato con l’intento di far conoscere le collezioni e la storia dei più importanti musei internazionali.

Un percorso espositivo dove ad accogliere il pubblico ci saranno 53 opere di Monet tra cui le sue Ninfee (1916-1919), Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi (1905) e Le rose (1925-1926), la sua ultima e magica opera: un prestito straordinario non solo perché riunisce alcune delle punte di diamante della produzione artistica di Monet, ma anche per l’enorme difficoltà di questo periodo nel far viaggiare le opere da un paese all’altro.

Il percorso cronologico ripercorre l’intera parabola artistica del Maestro impressionista, letta attraverso le opere che l’artista stesso considerava fondamentali, private, tanto da custodirle gelosamente nella sua abitazione di Giverny; opere che lui stesso non volle mai vendere e che ci raccontano le più grandi emozioni legate al suo genio artistico.

Il Musée Marmottan Monet - la cui storia è raccontata nel percorso della mostra - possiede il nucleo più grande al mondo di opere di Monet, frutto di una generosa donazione di Michel, suo figlio, avvenuta nel 1966 verso il museo parigino - che prenderà proprio il nome di “Marmottan Monet”.

Suddivisa in 7 sezioni e curata da Marianne Mathieu - storica dell’arte e direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi - l’esposizione introduce quindi alla scoperta di opere chiave dell’Impressionismo e della produzione artistica di Monet sul tema della riflessione della luce e dei suoi mutamenti nell’opera stessa dell’artista, l'alfa e l'omega del suo approccio artistico.

Dando conto dell’intero excursus artistico del Maestro impressionista, a partire dai primissimi lavori che raccontano del nuovo modo di dipingere en plein air e da opere di piccolo formato, si passa ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville e delle sue tante dimore.

È il mondo di Monet, con le sue corpose ma delicatissime pennellate e con quella luce talvolta fioca e talvolta accecante che ha reso celebri capolavori come Sulla spiaggia di Trouville (1870), Passeggiata ad Argenteuil (1875) e Charing Cross (1899‐1901), per citarne alcuni.

Ma non solo. Verdeggianti salici piangenti, onirici viali di rose e solitari ponticelli giapponesi; monumentali ninfee, glicini dai colori evanescenti e una natura ritratta in ogni suo più sfuggente attimo.

La mostra è sostenuta da Generali Valore Cultura, il programma di Generali Italia per promuovere l’arte e la cultura su tutto il territorio italiano e avvicinare un pubblico vasto e trasversale - famiglie, giovani, clienti e dipendenti - al mondo dell’arte attraverso l’ingresso agevolato a mostre, spettacoli teatrali, eventi e attività di divulgazione artistico-culturali con lo scopo di creare valore condiviso.

Special partner Ricola.

L’evento è consigliato da Sky Arte. Catalogo edito da Skira.

Claude Monet (1840-1926) Veduta della Voorzaan, 1871

LA MOSTRA

La mostra si apre introducendo i visitatori in una sala, allestita con mobili originali del periodo napoleonico, che vuole essere un omaggio a Paul Marmottan, il fondatore del Musée Marmottan Monet da cui provengono le opere di Claude Monet esposte a Palazzo Reale di Milano.

Appassionato studioso del primo Impero, Paul Marmottan raccolse durante la sua vita testimonianze eterogenee di quel momento della storia d’Europa che considerava una finestra aperta sulla modernità. La sua collezione di opere d’arte, libri, medaglie, stampe, almanacchi, documenti e cimeli del periodo napoleonico era conservata in sale arredate in stile impero e decorate con nicchie e sculture marmoree secondo i criteri neoclassici. Marmottan curò personalmente ogni dettaglio dell’arredamento e, per sua volontà, l’assetto delle sale rimase tale quando, dopo la sua morte, il palazzo e le raccolte passarono in eredità all’Académie des beaux-arts perché ne facesse un museo aperto al pubblico.

Cultore delle vicende legate alle residenze imperiali, tra cui Palazzo Reale di Milano, affidò gli esiti delle sue ricerche ad articoli pubblicati su riviste specialistiche, recuperando da Archivi istituzionali e da fondi privati documenti che oggi costituiscono una fonte importante di informazione per gli studiosi e i ricercatori.

La mostra si apre quindi con richiami alle origini del Musee Marmottan Monet che, nel corso del Novecento, ha incrementato le collezioni tramite rilevanti donazioni di opere impressioniste, tra cui spicca la raccolta donata da Michel, figlio di Claude Monet.

La ricerca e gli studi condotti dalla Direzione di Palazzo Reale per l’allestimento di questa sezione della mostra si inseriscono in un progetto più ampio di recupero della memoria e di tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico di Palazzo Reale.

Prima sezione - Le origini del Musée Marmottan Monet: dallo Stile Impero all'Impressionismo

Nel 1932 Paul Marmottan (1856-1932) lasciò in eredità il suo palazzo e le collezioni in esso contenute all'Académie des Beaux-Arts e, secondo le sue volontà, nel 1934 l’edificio fu trasformato in un museo. Gli arredi in stile Impero e i dipinti neoclassici di Robert Levre (1755-1830) e Jean-Victor Bertin (1767-1842) rivelano la grande passione dello studioso per l'arte dell'Europa napoleonica. Un'arte accademica ben lontana dall'impressionismo, che invece entrerà nel museo in un secondo momento, grazie ai doni di numerosi collezionisti e discendenti di artisti. Nel 1966 l’istituzione eredita la più vasta raccolta al mondo di opere di Claude Monet (1840-1926) grazie al lascito del figlio minore e discendente diretto del pittore, Michel Monet. Il museo aggiunge quindi al suo il nome del maestro di Giverny.

Le opere di questa sezione illustrano due visioni della pittura che sembrano molto lontane: da un lato, un ritratto di Robert Levre e un paesaggio di Jean-Victor Bertin dalla collezione di Marmottan; dall'altro, un ritratto di Monet e due tele in cui l’artista ha delineato rapidamente i tratti del figlio Michel. Un aneddoto unisce però queste opere, ed è legato alla nascita del termine “impressionista”. Il giornalista Louis Leroy lo coniò nel 1874 per stroncare la prima mostra di Monet e dei suoi colleghi sul quotidiano satirico “Le Charivari”. Scrisse di un allievo di Bertin sul punto di soffocare alla vista delle opere di Pissarro o Degas, che riceveva il colpo di grazia di fronte a Impressione, levar del sole (1872) di Monet, l’opera che diede il nome all'impressionismo. Alla fine però sarà Bertin a scomparire nel nulla, non Monet.

Seconda sezione - La pittura en plein air

Nell'Ottocento, lo sviluppo della rete ferroviaria e l'invenzione del colore in tubetto permisero ai pittori di viaggiare e dipingere all'aria aperta. Questa nuova opportunità comportava però alcune limitazioni. L'artista doveva portare con sé la propria attrezzatura, quindi predilesse le tele di piccolo formato, più facili da trasportare. Inoltre doveva dipingere rapidamente per catturare l’immediatezza di ciò che aveva di fronte, quindi diventò più visibile il trattamento pittorico della tela, perché le pennellate erano più veloci. Inoltre la gamma dei colori impiegati, lavorando in pieno giorno, si fece più chiara.

Monet venne introdotto a questa pratica da Johan Barthold Jongkind (1819-1891) e da Eugène Boudin (1824- 1898). Il pittore viaggiò molto in giro per la Francia e si recò anche all'estero per dipingere marine, paesaggi o anche scene di vita familiare, come il ritratto della moglie Camille (1870). Durante le sessioni di pittura en plein air, talvolta si faceva assistere da un aiutante, e questo è il caso di Poly, conosciuto e poi ritratto a Belle-Île nel 1886.

Terza sezione - La luce impressionista

Scegliendo di lasciare l’atelier per andare a dipingere dal vero, gli impressionisti infrangono la gerarchia dei generi pittorici. Per loro, la sensazione prodotta da un paesaggio o dalle scene di vita moderna è senz’altro più importante del soggetto stesso.

Monet, maestro della pittura en plein air, dedicherà l’intera vita a cercare di cogliere le variazioni luminose e le impressioni cromatiche dei luoghi che osservava. Più che il soggetto, lo interessa il modo in cui viene trasfigurato dalla luce. Per catturare la luminosità sempre mutevole, il pittore lavora in fretta, con pennellate che si susseguono rapidamente, inoltre non esita a visitare siti in cui si verificano a violenti cambiamenti climatici. La costa normanna con i suoi magnifici tramonti, oppure la regione della Creuse, scoperta durante un soggiorno nel 1889, gli offrono la possibilità di ritrarre l’intensità luminosa in un ambiente naturale ancora selvaggio.

Quarta sezione - Da Londra al giardino: nuove prospettive

Nella carriera di Monet, Londra fu un vero e proprio laboratorio di sperimentazione. I paesaggi spettrali generati dai fumi delle fabbriche e la foschia del Tamigi gli permisero di lavorare, come lui stesso disse, su ciò che in pittura era impossibile: la nebbia impalpabile che copre le architetture e la luce mutevole che sfiora la superficie dell'acqua. Con le vedute del ponte di Charing Cross e del Parlamento, dipinte nel corso di vari soggiorni successivi, si apre per lui una nuova fase di ricerca, che si manifesta pienamente al ritorno a Giverny. Con le Ninfee del 1904 e 1907, Monet concentra tutta la composizione su un particolare del suo giardino d’acqua: l'inquadratura è audace, la linea dell'orizzonte, ancora presente nei suoi paesaggi londinesi, qui manca del tutto. Rimangono soltanto i riflessi della vegetazione che cresce intorno lo stagno e le ninfee isolate, appena abbozzate. In queste opere Monet adotta un punto di vista completamente nuovo, aprendosi a un diverso rapporto con lo spazio e andando oltre l'impressionismo.

Quinta sezione - Le grandi decorazioni

Dal 1914 fino alla sua morte avvenuta nel 1926, Monet esegue centoventicinque pannelli di grandi dimensioni che hanno come soggetto il giardino d’acqua di Giverny. Una selezione di queste opere – oggi nota come le Ninfee dell'Orangerie – il pittore la offre allo Stato francese. Questi dipinti monumentali, realizzati direttamente nell’atelier, portano all'estremo la ricerca già iniziata con le Ninfee del 1903 e del 1907. Raffigurando una piccola parte del suo stagno in un formato così grande, Monet non solo annulla ogni riferimento prospettico reale, ma propone di immergere l’osservatore in una distesa d'acqua che si fa specchio: le nuvole e le fronde dei salici si riflettono sulla superficie dello stagno, e il sopra e il sotto sono ormai indistinguibili. Questi paesaggi senza inizio né fine invitano a un'esperienza contemplativa in cui la rappresentazione di un fiore o di un dettaglio della natura bastano a suggerirne l’immensità.

Sesta sezione - Monet e l’astrazione

Nel 1908 Monet si ammala di cataratta, una patologia che gli impedisce una visione limpida e compromette la sua percezione dei colori. Mentre il pittore lotta con questa progressiva cecità, la sua tavolozza si riduce e – lo notiamo nei cicli del Viale delle rose, del Ponte giapponese e del Salice piangente, tutti di questo periodo – è dominata dalle tonalità di marrone, rosso e giallo. La sua pittura si fa più gestuale: sulle tele diventa visibile la mano che tiene il pennello. La forma svanisce lasciando il posto al movimento e al colore, e dalla rappresentazione si passa allo schizzo, via via sempre più indecifrabile. Questi dipinti da cavalletto, che non hanno uguali nel percorso artistico di Monet, avranno una profonda influenza sui pittori astratti della seconda metà del Novecento.

Settima sezione - Le rose

I fiori hanno accompagnato tutta la vita di Monet, sia nella sfera privata che in quella lavorativa. Il giardino di Giverny, con piante che fioriscono in ogni stagione, è un omaggio dell’artista ai colori cangianti e alla natura effimera dei fiori e Le rose, dipinte nel 1926 all'età di 85 anni (lo stesso anno della sua morte), ne sono l'ultima celebrazione. Il carattere incompiuto del dipinto accresce l'impressione di fragilità delle rose, i cui boccioli leggeri si stagliano delicatamente contro un cielo azzurro. La composizione ritrae alcuni rami del roseto e ricorda le stampe giapponesi che il pittore collezionava con tanta passione.

Con Le rose, Monet rende omaggio alla natura che ha saputo raffigurare così bene, insieme alla fragilità e alla caducità di ciò che ci circonda.

Informazioni www.palazzorealemilano.it www.monetmilano.it

Hashtag ufficiale

#MonetMilano

Uffici Stampa Arthemisia

Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it

Ufficio Stampa Comune di Milano

Elena Conenna | elenamaria.conenna@comune.milano.it

 

SCHEDA TECNICA

Titolo

Monet. Dal Musée Marmottan Monet, Parigi

Sede

Palazzo Reale – Piazza Duomo, 12Milano

Date al pubblico

18 settembre – 30 gennaio 2022

Una Mostra Palazzo Reale Comune di Milano Arthemisia

In collaborazione con

Musée Marmottan Monet, Parigi

Académie Des Beaux – Arts – Institut de France

Sponsor

Generali Valore Cultura

Special Partner

Ricola

Media Coverage by

Sky Arte

Mostra a cura di

Marianne Mathieu

Progetto di Allestimento

BC Progetti

Di Alessandro Baldoni e Giuseppe Catania Con Francesca Romana Mazzoni

Realizzazione Allestimento

Tagi2000

Lighting designer

Francesco Murano

Progetto immagine coordinata e grafica di mostra

Angela Scatigna

Percorso didattico e visite guidate

ADMaiora

Catalogo

Skira

Biglietteria

GRT Roma

Audioguide

Orpheo

Orario apertura

Lunedì chiuso
Martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 10.00 -19.30 Giovedì 10.00 - 22.30
(La biglietteria chiude un'ora prima)

Biglietti

L’accesso alla mostra è contingentato e la prenotazione,tramite il preacquisto del biglietto, è fortemente consigliata.
E’ possibile acquistare i biglietti di ingresso anche in sede: in questo caso l’ingresso alla mostra potrebbe comportare delle attese per rispettare le capienze disicurezza delle sale.
I biglietti si intendono con audioguida (o App sostitutivainclusa e costi di prevendita esclusi) 

Intero € 14,00 Audioguida inclusa

Ridotto € 12,00 Audioguida inclusa

Visitatori dai 6 ai 26 anni, visitatori oltre i 65 anni, visitatori con disabilità, soci Touring Club con tessera, soci FAI con tessera, possessori di biglietti aderenti all’iniziativa “LunedìMusei” (Poldi Pezzoli / Museo Teatrale alla Scala), militari,forze dell'ordine non in servizio, insegnanti, possessori Card Arthemisia, possessori card Skira Dipendenti e Agenti Generali e Clienti Generali in possesso di Dem nominali

Ridotto Abbonamento Musei Lombardia € 10,00 Audioguida inclusa

valido anche per Soci Orticola in possesso della tesseraper l'anno in corso(comprensivo di microfonaggio in caso di gruppi).

Ridotto Speciale € 6,00 Audioguida inclusa

dipendenti Comune di Milano (previa esibizione del badge nominale (un solo eventuale ospite al seguito ha diritto al ridotto

€12,00), volontari Servizio Civile presso il Comune di Milano (previa esibizione del tesserino di identificazione), giornalisti non accreditati (previa esibizione del tesserino ODG con bollino dell’anno in corso), Studenti Summer School del Comune di Milano (da Maggio a Settembre previa esibizione del tesserino di identificazione)

Omaggio Audioguida inclusa

minori di 6 anni, 1 accompagnatore per disabile che presenti necessità, 1 accompagnatore per ogni gruppo, 2  accompagnatori per ogni gruppo scolastico, 1 accompagnatore e 1 guida per ogni gruppo FAI o Touring Club, dipendenti della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Architettonici di Milano (previa presentazione del badge), guide turistiche abilitate (previapresentazione del tesserino di abilitazione professionale), tesserati ICOM, componenti Commissione di Vigilanza e Vigili del Fuoco (previa esibizione di tessera non nominativa), giornalisti accreditati dall'Ufficio Stampa del Comune e di             Arthemisia (previa indicazione della testata edella data della visita), possessori coupon omaggio, possessori Vip Card Arthemisia, dipendenti area Polo Mostre Palazzo Reale (previa esibizione di tessera nominativa)

Biglietto Famiglia Audioguida inclusa

1 o 2 adulti + bambini (da 6 a 14 anni) = adulto € 10,00

– bambini € 6,00, gratuito minori di 6 anni

Ridotto Gruppi € 12,00

Gruppi di massimo 15 persone guida e/oaccompagnatore compresi.

Gratuità: 1 accompagnatore per ogni gruppo Sistema di microfonaggio obbligatorio e incluso nelprezzo

Ridotto Gruppi Touring Club o FAI € 6,00

Gruppi organizzati direttamente dal Touring Club e dal FAI (ai quali non si applica il diritto fisso di prevendita)Gratuità: 1 accompagnatore e 1 guida per gruppo Sistema di microfonaggio obbligatorio e incluso nel prezzo

Ridotto scuole € 6,00

Gruppi di massimo 15 persone guida e/oaccompagnatori compresi

Gruppi di studenti di ogni ordine e grado

Gratuità: 2 accompagnatori per ogni gruppo scolasticoSistema di microfonaggio obbligatorio per le scuole secondarie di I e II grado e incluso nel prezzo

Diritti di prenotazione e prevendita

Gruppi e singoli € 2,00 per persona

Scolaresche e categorie aventi diritto all’ingresso gratuito € 1,00 per persona

Per garantire una regolare programmazione delle visite,la prenotazione con prepagamento è obbligatoria nel caso di scolaresche e gruppi, sia quando è richiesto l’ausilio di una guida sia nei casi in cui tale servizio non sia richiesto

Visite guidate

Gruppi € 100,00 visita guidata - € 120,00 visita guidatainglese Scuole € 70,00 visita guidata - € 90,00 visita guidata inglese

Informazioni e prenotazioni

T. +39 02 892 99 21

Hashtag Ufficiale

#Monetmilano

Sito www.palazzorealemilano.it www.monetmilano.it

Uffici Stampa Arthemisia

Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306

Ufficio Stampa Comune di Milano Elena Conenna elenamaria.conenna@comune.milano.it

“Paul Marmottan e l’Impero”

testo in catalogo a cura di Marianne Mathieu, curatrice della mostra

Dopo la Rivoluzione, la tenuta dello Château de la Muette nel borgo di Passy fu smembrata e venduta in lotti. Da allora una parte del suo parco ospitò il ballo del Ranelagh, l’evento pubblico che prende il nome dal nobile irlandese che ne aveva lanciato la moda a Londra. Nel 1860, quando Passy entrò a far parte di Parigi, il terreno divenne proprietà della città e il barone Haussmann ne ordinò la trasformazione in un giardino che mantenne il nome di Ranelagh. Nella seconda metà dell’Ottocento i terreni confinanti con questo parco di sei ettari erano molto ambiti da una clientela agiata che desiderava edificarvi abitazioni di prestigio. Uno di loro era François-Christophe-Edmond Kellermann, duca di Valmy. Nato nel 1835, diplomatico, deputato e uomo di lettere, il 4 maggio 1863 acquistò per la somma di 137.577 franchi un appezzamento situato tra il numero 20 di avenue Raphaël e il 17 di boulevard Suchet. Il contratto di vendita prevedeva l’obbligo di costruire entro due anni un edificio residenziale borghese di almeno seicento metri quadrati, ma i piani del duca erano più ambiziosi e in parte speculativi. Egli vi fece costruire tre palazzi, due dei quali in fondo al terreno, sul lato del boulevard Suchet. Il primo, con una superficie di duecentottantadue metri quadrati, fu venduto il 13 luglio 1866 per 80.000 franchi al pittore Marie-Paul-Alfred Parent de Curzon; il secondo, composto di una villa con un cortile-giardino e annessi, fu acquistato per 70.000 franchi il 27 novembre 1866 da un certo signor Lalande. Kellermann tenne per sé la terza proprietà, duemilaventi metri quadrati al numero 20 di avenue Raphaël. Si sa poco di questa villa, tranne che l’edificio principale aveva un seminterrato, un piano terra e un primo piano ed era incorniciato da due padiglioni adiacenti, ognuno composto di un seminterrato e un pianterreno. La proprietà era impreziosita da un giardino all’inglese in fondo al quale, nell’angolo di destra, si trovava un edificio a forma di angolo retto con il vertice arrotondato, formato da un piano terra, un primo piano e un piccolo cortile interno vetrato. Dopo la morte del duca, avvenuta nel 1868, la vedova e la figlia, non potendo permettersi di mantenere la proprietà, la vendettero il 7 giugno 1882 a Jules Marmottan per 260.000 franchi.

Nato a Valenciennes il 26 dicembre 1829, Jules Marmottan proveniva da una famiglia di Le Quesnoy, nel Nord della Francia. Dopo aver studiato Giurisprudenza e aver lavorato brevemente per un agente di cambio parigino, nel 1870 Jules aveva assunto la direzione delle miniere di Bruay, che sotto la sua guida erano diventate una delle prime società minerarie della regione del Pas-de-Calais. Come amministratore di diverse imprese francesi di energia e trasporti, era coinvolto anche nelle loro iniziative di carattere sociale. Nel 1879 era stato nominato tesoriere generale della Gironda. Amante dell’arte, Jules Marmottan si fece consigliare da Antoine Brasseur, un commerciante di Lille passato alla storia per aver donato sessantaquattro quadri antichi e un’importante collezione di ceramiche al museo della sua città natale. Tramite lui, l’industriale raccolse una quarantina di opere prerinascimentali di artisti italiani, fiamminghi e tedeschi, tra le quali una rara Deposizione di Hans Muelich. Anche le statuette di legno policromo di Malines e gli arazzi con le vite di santa Susanna e di Alessandro illustrano la sua predilezione per l’arte medievale e rinascimentale. Tutte queste opere – acquistate presso un commerciante stabilitosi da tempo a Colonia da un appassionato d’arte che viveva tra Valenciennes e Bordeaux – erano destinate a decorare la residenza di Jules Marmottan a Parigi. Deceduto a Bordeaux il 10 marzo 1883 all’età di cinquantatré anni, lasciò una fortuna considerevole al suo unico figlio, Paul, e mediante un lascito speciale gli assegnò il palazzo di avenue Raphaël e le collezioni in esso contenute.

Nato a Parigi il 26 agosto 1856, Paul Marmottan studia Giurisprudenza all’Università di Aix-en-Provence. Dopo la laurea, conseguita nel 1880, viene assegnato all’ufficio del prefetto della Vaucluse, lavora come praticante avvocato alla Corte d’appello di Parigi e nel novembre 1882 è nominato consigliere della prefettura dell’Eure. Alla morte del padre, nel 1883, Paul chiede di essere messo in congedo e rinuncia alla sua carriera di alto funzionario. Si trasferisce a Parigi e nel 1885 sposa Gabrielle Rheims. Il divorzio nel 1894 e, nel 1904, la morte di Marie Martin, la donna che intendeva sposare in seconde nozze, lasciano Paul Marmottan privo di eredi e incline a un’esistenza solitaria. Le condizioni economiche agiate gli permettono di dedicarsi allo studio della storia e dell’arte del periodo compreso tra il 1789 e il 1830. Autore prolifico e rispettato, si afferma come specialista degli stili Consolato e Impero di cui contribuisce a rivalutare l’arte ancora poco nota. Le sue ricerche in qualità di storico ispirano le sue acquisizioni da appassionato d’arte e, seguendo le orme del padre, Paul inizia a costruire una propria collezione. Raccoglie i primi acquisti nel padiglione che ha fatto ristrutturare nel più puro stile Impero. Qui espone le effigi in marmo di Carrara di alcuni membri della famiglia imperiale e dispone un mobilio accuratamente selezionato che proviene, tra l’altro, dal palazzo delle Tuileries, una delle residenze di Napoleone a Parigi, e dalla reggia di Portici a Napoli, arredata per Carolina sorella di Napoleone e moglie del principe Murat. Autore di un libro intitolato L’École française de peinture (1789-1830), pubblicato nel 1886 e dedicato ai paesaggisti del periodo postrivoluzionario, Paul Marmottan riunisce un insieme raro e rappresentativo di questi “piccoli maestri” dallo stile ancora classico e all’inizio del secolo colloca tutta la sua autorevole collezione nel padiglione. I paesaggi di Jean Victor Bertin, Étienne-Joseph Bouhot, Louis Gauffier, Adolphe-Eugène-Gabriel Roehn, Jacques-François-Joseph Swebach, detto Swebach-Desfontaines, sono solo alcune delle tele che circondano i suoi pezzi forti: sei rappresentazioni delle residenze imperiali dipinte intorno al 1810 da Jean Joseph Xavier Bidauld in collaborazione con Carle Vernet e Louis- Léopold Boilly. Paul Marmottan, che è uno specialista di Boilly (al quale ha dedicato un’autorevole monografia), raccoglie anche una trentina di ritratti eseguiti da questo artista e li espone nella sua residenza principale. Probabilmente non è una coincidenza che Boilly abbia dato il suo nome alla strada aperta nel 1913 perpendicolarmente all’avenue Raphaël che corre lungo il palazzo del collezionista.

Intorno al 1910, Paul Marmottan acquista un terreno adiacente per costruirvi un ampliamento della sua dimora e risistema una parte del palazzo che ospitava la collezione paterna per esporvi anche la sua. Riprogetta numerose stanze della residenza principale, che prima del suo intervento era stata paragonata da un commentatore al gabinetto di Chantilly sia per l’antichità delle opere contenute sia per la densità della loro disposizione. La camera da letto al primo piano, l’attuale sala da pranzo e i due saloni rotondi al piano terra sono tra gli spazi trasformati di cui lo stesso Paul Marmottan, autore di un’opera di riferimento, Le Style Empire, progetta gli arredi. La rotonda – attuale ingresso al museo e già usata come vestibolo – viene ornata con nicchie e sculture di marmo secondo il gusto dello stile Impero. Gaston Cornu, “specialista in tutti i tipi di modanature e imitazioni artistiche policrome” (come indica la sua carta intestata conservata negli Archivi Paul Marmottan del Musée Marmottan Monet), è incaricato della decorazione del salone rotondo che dà sul giardino. L’artigiano realizza una serie di pilastri con basi scanalate e capitelli ionici (per i quali lo stesso Marmottan fornisce il modello) e un fregio in stucco scolpito con grifoni e ghirlande, parzialmente dorato. In ognuno di questi saloni, come nell’attuale sala da pranzo, si presta particolare attenzione alle porte, decorate con danzatrici antiche e coronate da eleganti figure in stucco con vesti drappeggiate alla greca, che spiccano su uno sfondo uniforme. Per arredare queste ampie sale, Paul Marmottan conclude una serie di importanti acquisizioni, tra cui un letto appartenuto a Napoleone I, il Lampadario con i musici di Pierre Philippe Thomire, lo scrittoio con il timbro di Pierre-Antoine Bellangé, il monumentale ritratto La duchessa di Feltre e i suoi figli di François-Xavier Fabre e l’eccezionale “orologio geografico” in porcellana di Sèvres. Paul Marmottan considera questa sontuosa dimora – i cui saloni in stile Impero e la galleria di dipinti antichi per certi aspetti ricordano le Wunderkammer – una delle sue realizzazioni più riuscite e, come Nélie Jacquemart-André prima di lui e poi come Moïse de Camondo, lascia il palazzo in eredità a un’istituzione culturale con l’intento di preservarlo e aprirlo al pubblico. Affida questo compito all’Académie des beaux-arts, che alla sua morte, avvenuta il 15 marzo 1932, eredita l’edificio e le sue collezioni.

L’Académie des beaux-arts, denominazione che le viene data nel 1803, era stata fondata nel 1648 come Académie Royale de Peinture et de Sculpture con il compito di difendere l’arte francese. Responsabile dell’insegnamento delle arti e dell’organizzazione dei Salon, l’Académie preserva la tradizione artistica nazionale, ma il lascito di Paul Marmottan ne amplia la missione, rendendola custode di una parte importante del patrimonio francese. Il Musée Marmottan, diventato quindi una delle fondazioni dell’Académie des beaux- arts, apre al pubblico il 21 giugno 1934. Secondo la volontà del fondatore, le stanze più piccole o dedicate ai servizi (cucine e bagni) vengono eliminate per creare volumi più ampi e facilitare la circolazione dei visitatori. Oltre all’adattamento degli spazi, il museo ha poi subito altri cambiamenti. Ben presto infatti il prestigio dell’Académie des beaux-arts ha ispirato nuove donazioni e lasciti, così il museo ha arricchito le collezioni e ha iniziato un nuovo capitolo della sua storia.

“Palazzo Reale e Musée Marmottan Monet. Note storiche per un dialogo interculturale”

testo in catalogo a cura di Domenico Piraina, Direttore di Palazzo Reale di Milano

La mostra “Monet. Dal Musée Marmottan Monet, Parigi” rientra nel progetto museologico ed espositivo “Musei del mondo a Palazzo Reale”, nato con l’intento di offrire al pubblico milanese l’opportunità di ammirare le collezioni più significative conservate da musei di rilievo internazionale e di conoscerne la loro storia. L’ideazione di questa linea espositiva si colloca nel quadro delle intense e virtuose relazioni che Palazzo Reale intrattiene ordinariamente con le istituzioni museali di tutto il mondo: più di cinquecento sono, infatti, i musei internazionali che ogni anno collaborano con Palazzo Reale per la realizzazione delle grandi mostre.

Entrare in relazione stretta con i musei vuol dire conoscere la loro storia, le fonti collezionistiche, gli aspetti architettonici, le policy della ricerca, della didattica e della comunicazione: significa, in altre parole, entrare concretamente nel corpo vivo della museologia. Per un’istituzione che, come Palazzo Reale, ha nella produzione di mostre temporanee la propria missione, è assolutamente essenziale conoscere in maniera approfondita le diverse identità dei musei perché essi, grazie alla incessante attività di conservazione, di studio, di ricerca e di valorizzazione, sono imprescindibili costruttori di senso delle opere d’arte.

Nei prossimi anni, inoltre, la dimensione internazionale dell’offerta culturale acquisirà particolare rilevanza sia perché la situazione sanitaria continuerà a limitare il turismo culturale, sia perché lo studio della propria identità storica, avviata da Palazzo Reale da qualche tempo, porterà inevitabilmente ad approfondire aspetti provenienti da altre culture che si sono innestati nel nostro tessuto condiviso.

Proprio in tale ambito Palazzo Reale di Milano e Musée Marmottan Monet di Parigi, oggi sulla scena culturale con un progetto sul padre dell’impressionismo frutto di una sinergica collaborazione, hanno riscoperto legami storici emersi durante le fasi di studio di una mostra, di prossima realizzazione, dedicata ad alcune figure centrali dell’arte a Milano operanti nel cantiere di Palazzo Reale tra fine Settecento e primo Ottocento.

Il Primo Impero e, più nello specifico, il Regno Italico con particolare riferimento all’area toscana e alle vicende legate alle dimore reali, infatti, sono stati gli ambiti di maggior interesse dello studioso Paul Marmottan, fondatore dell’omonimo museo costituito, alla sua morte, dall’Académie des beaux-arts, destinataria delle sue collezioni per volontà testamentaria.

I biografi definiscono Marmottan viaggiatore curioso, appassionato cultore dell’arte dell’Ottocento e dei fenomeni culturali legati all’Europa napoleonica, collezionista di testimonianze di diversa tipologia ma tutte volte a ricostruire fatti e situazioni del Primo Impero che, come tessere di un mosaico, compongono una raccolta omogenea, connotando la biblioteca e la collezione d’arte. Sempre la sua biografia, pubblicata dall’Institut national d’histoire de l’art di Parigi, riferisce che Marmottan fece più viaggi in Italia: oltre a quello compiuto non ancora diciottenne, tra il 1874 e il 1876, egli venne nel nostro paese nel 1898 e tra il 1904 e il 1905. In tali occasioni passò sicuramente da Milano, come scrive Mario Praz in un suo articolo dedicato alla memoria dello studioso francese.

Praz, coltivando i suoi interessi sul “gusto neoclassico”, si era imbattuto nel volume di Marmottan Le Style Empire: architecture et décors d’intérieurs, pubblicato nel 1927, ne era rimasto colpito e aveva contattato l’autore chiedendogli di poterlo incontrare nella sua dimora. La visita a Marmottan, deceduto qualche tempo dopo il loro incontro, viene raccontata da Praz nell’articolo sopra menzionato, che riferisce per ben due volte questo particolare:

Egli m’indicava nella scala due grandi medaglioni marmorei di Napoleone e di Maria Luisa, e a un tratto mi diceva in un italiano scorrevole e scorretto d’aver comprato quei medaglioni a Milano… Mi mostrò di nuovo i marmorei medaglioni di Napoleone e di Maria Luisa, e nel suo italiano approssimativo mi disse d’averli comprati a Milano.

Che i viaggi di Marmottan nei luoghi emblematici del periodo napoleonico fossero occasione per frequentare mercanti, aste, librai e istituzioni depositarie di documenti ufficiali è riferito dalle note apposte ai suoi lavori di ricerca e da un frammento autobiografico scritto sotto lo pseudonimo di Max Taverny: Max dépensait presque tout son argent en achetant des tableaux, portraits miniatures, gravures, bronzes, médailles, livres, faïences…

I due medaglioni acquistati a Milano e citati nell’articolo di Praz si sono rivelati, da un approfondimento ulteriore, oggetti d’arte provenienti da Palazzo Reale. Raffiguranti Napoleone e Joséphine – e non Maria Luisa, come erroneamente riferito da Praz –, essi compaiono, infatti, nel primo catalogo del neonato Musée Marmottan, pubblicato dall’Académie des beaux-arts nel 1934 e curato da Hector Lefuel. La loro descrizione, inserita nella sezione “Sculpture” in esposizione nella sala IV del museo, ne svela l’artefice, Luigi Manfredini (1771-1840), e una serie di informazioni riguardanti le sculture e la loro provenienza:

MANFREDINI (Louis) (1771-1840) (d’après Jacques SPALLA) 112, 113. L’EMPEREUR NAPOLÉON Ier. L’IMPÉRATRICE JOSÉPHINE.

Médaillons en bronze ciselé et doré, appliqués sur marbre blanc veiné dont la mouluration est sculptée de palmettes. D’après un Inventaire, conservé aux Archives de Milan, ces médaillons, ciselés par Manfredini, d’après Spalla, sculpteur de l’Empereur et Roi, ont été faits dans l’Italie du Nord, en 1805, lors du voyage du Sacre; ils ornaient encore le Palais de Milan le 12 août 1816. 

Marmottan, dunque, si rivela fine intenditore d’arte e studioso della sua collezione, che accresce seguendo percorsi meditati e supportati da ricerche condotte su fonti ufficiali, reperite frequentando archivi pubblici e privati e/o acquisendo e facendo trascrivere documenti significativi.

Nel caso dei medaglioni, Hector Lefuel, compilatore del catalogo, afferma che tali oggetti adornavano il palazzo il 12 agosto 1816. Prova ne è un inventario conservato all’Archivio di Milano.

Negli anni in cui si collocano i due viaggi in Italia sopra menzionati, Palazzo Reale è proprietà diretta della famiglia reale dei Savoia che, progressivamente, avvia un lento processo di dismissione di arredi e di oggetti d’arte culminante nel 1919 con la vendita del palazzo allo Stato italiano.

Marmottan, frequentatore abituale di aste e attento osservatore delle dinamiche legate alle dimore napoleoniche, è verosimile sia stato informato dei movimenti in atto nella ex capitale, sicuramente al centro dei suoi interessi culturali. Un suo articolo pubblicato sulla “Revue des études napoléoniennes” nel 1929 intitolato Plans des biens de la Couronne sous Napoléon testimonia l’importanza di questo campo di ricerca, che lo porta a chiedere all’Archivio di Stato di Milano, depositario della documentazione relativa alle Fabbriche camerali e a quelle della Corona, la trascrizione di carte riguardanti Palazzo Reale.

Si rivela particolarmente significativo un inventario che risale al maggio 1807, reperito in copia presso gli archivi della Biblioteca Paul Marmottan di Boulogne-Billancourt, ricevuta in eredità dall’Académie des beaux- arts dopo la morte dello studioso. Inedito fino al 2017, il prezioso documento è stato pubblicato in appendice al volume Il Palazzo Reale di Milano in età napoleonica, a cura di Giovanna D’Amia, edito dal Centro di documentazione Residenze Reali Lombarde “Lionello Costanza Fattori”. Questo Inventario Generale dei Mobili del R. Palazzo di Milano, 11 maggio 1807, con altre carte riconducibili all’attività del Canonica, era compreso nel Fondo Corona Beni dell’Archivio di Stato di Milano, che fu purtroppo distrutto nei bombardamenti del 1943. Le copie e le traduzioni raccolte da Paul Marmottan e conservate in quattro cartelle della sua biblioteca rivestono oggi un’importanza documentaria rilevante per gli studiosi della storia di Palazzo Reale.

La nota inserita nella descrizione dei medaglioni, dunque, porta a credere che lo studioso fosse in possesso di fonti documentarie che gli hanno permesso di stabilire la loro provenienza.

La lettura dei taccuini di viaggio, conservati tra le sue carte, potranno sicuramente aggiungere elementi a queste brevi note desunte dagli indizi in nostro possesso.

Muovendoci in una prospettiva interculturale, seguendo la rotta indicata dai riferimenti bibliografici segnalati dai saggi sulla Milano napoleonica, siamo approdati agli studi di Marmottan e alle testimonianze storiche che accomunano i due istituti.

Oggi i due medaglioni di Manfredini sono esposti in una delle sale del museo che, nel corso del Novecento, con l’acquisizione di importanti collezioni di pittori impressionisti, tra cui quella di Claude Monet, è diventato Musée Marmottan Monet.

Se per interculturalità intendiamo “l’instaurazione e il mantenimento di rapporti culturali come forme di dialogo, di confronto e di reciproco scambio di conoscenze tra paesi diversi” che si integrano in una nuova sintesi, possiamo affermare che le due anime del Musée Marmottan Monet, quella napoleonica e quella impressionista, e Palazzo Reale, nella sua duplice veste di reggia imperiale e di sede espositiva internazionale, trovano una loro composizione in questa mostra dedicata a Monet che propone, nella prima sala, un allestimento con arredi napoleonici originali, nell’intento di rievocare il sogno di colui che ha salvato dall’oblio testimonianze di un passato comune.

“Marmottan fut l’un des premiers à avoir l’intuition que l’Europe dite napoléonienne n’était point juste un fragment d’histoire, mais le théâtre d’un passage décisif au monde moderne”, scrive Ulrich Leben.

In questo frammento di storia Palazzo Reale, chiamato da Napoleone “ma maison à Milan”, ha rivestito un ruolo centrale e oggi, sulle ceneri del suo passato, continua a rinascere come officina di progettualità internazionale, tra riflessione storica e creatività contemporanea.

 
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