Margaret Bourke-White al lavoro in cima al grattacielo Chrysler, New York City, 1934 Prima, donna. Margaret Bourke-White
Dal 25 settembre 2020 Palazzo Reale di Milano celebra Margaret Bourke-White (New York, 1904 - Stamford, 1971), tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo, attraverso una selezione inedita delle immagini più iconiche.
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Dal 25 settembre 2020 Palazzo Reale di Milano celebra Margaret Bourke-White (New York, 1904 - Stamford, 1971), tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo, attraverso una selezione inedita delle immagini più iconiche realizzate nel corso della sua lunga carriera.

Curata da Alessandra Mauro, la mostra è promossa e prodotta da Comune di Milano|Cultura, da Palazzo Reale e da Contrasto, in collaborazione con Life Picture Collection, detentrice dell’archivio storico di LIFE.

L’accesso alla mostra è contingentato, con le disposizioni volte a tutelare la sicurezza e la salute dei visitatori. La prenotazione è fortemente consigliata.

L’esposizione rientra ne “I talenti delle donne”, un palinsesto promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato all’universo delle donne.

“I talenti delle donne” vuole fare conoscere al grande pubblico quanto, nel passato e nel presente - spesso in condizioni non favorevoli - le donne siano state e siano artefici di espressività artistiche originali e, insieme, di istanze sociali di mutamento. Si vuole in tal modo rendere visibili i contributi che le donne nel corso del tempo hanno offerto e offrono in tutte le aree della vita collettiva, a partire da quella culturale ma anche in ambito scientifico e imprenditoriale, al progresso dell’umanità. L’obiettivo è non solo produrre nuovi livelli di consapevolezza sul ruolo delle figure femminili nella vita sociale ma anche aiutare concretamente a perseguire quel principio di equità e di pari opportunità che, dalla nostra Costituzione, deve potersi trasferire nelle rappresentazioni e culture quotidiane.

Pioniera dell’informazione e dell’immagine, Margaret Bourke-White ha esplorato ogni aspetto della fotografia: dalle prime immagini dedicate al mondo dell’industria e ai progetti corporate, fino ai grandi reportage per le testate più importanti come Fortune e Life; dalle cronache visive del secondo conflitto mondiale, ai celebri ritratti di Stalin prima e poi di Gandhi (conosciuto durante il reportage sulla nascita della nuova India e ritratto poco prima della sua morte); dal Sud Africa dell’apartheid, all’America dei conflitti razziali  fino al brivido delle visioni aeree del continente americano.

Oltre 100 immagini, provenienti dall’archivio Life di New York e divise in 11 gruppi tematici che, in una visione cronologica, rintracciano il filo del percorso esistenziale di Margaret Bourke-White e mostrano la sua capacità visionaria e insieme narrativa, in grado di comporre “storie” fotografiche dense e folgoranti.

Ecco le 11 sezioni della mostra:

L’incanto delle acciaierie mostra i primi lavori industriali di Margaret, da quando nel 1928 apre un suo studio fotografico a Cleveland;

Margaret Bourke-White nasce a New York il 14 giugno del 1904. Si iscrive alla Columbia University per studiare scienze naturali e frequenta il corso di fotografia di Clarence White. Ambiziosa e irrequieta, cambia diverse università e si laurea nel 1927. Nel 1925 si sposa con Everett Chapman, dal quale divorzia due anni dopo. Nel 1928 apre uno studio fotografico a Cleveland dove comincia ad acquisire clienti importanti per i suoi lavori industriali, corporate e pubblicitari. La vendita di una serie di immagini delle acciaierie conferma il suo successo.

«Solo per caso, alla fine del mio matrimonio, tornai all’università con una macchina fotografica usata tra le mani. Era una 3 1/4 x 4 1/4 Ica Reflex. Credo che a suggerirmi di rimettere in funzione quel vecchio apparecchio sia stata la vista della cascata. Di sicuro agli studenti sarebbe piaciuto avere foto ricordo di queste vedute. Provai a copiare lo stile flou ed evanescente ma fu Ralph Steiner, un onesto e vigoroso artigiano incontrato alla scuola di Clarence White, a farmi capire che le fotografie non dovevano imitare i quadri. Da quel momento tutto sembrò animarsi, magicamente. Le fotografie di Cornell, quelle sfumate e quelle nitide, furono vendute. Finito il college, presi la nave che da Buffalo porta in una notte a Cleveland».

La sezione Conca di polvere documenta il lavoro sociale realizzato dalla fotografa negli anni della Grande Depressione nel Sud degli USA;

Dal 1936 non è più possibile ignorare la Depressione che sta devastando il Paese e Margaret, nel frattempo trasferitasi a New York dove apre un suo studio, contatta lo scrittore Erskine Caldwell, autore de La Via del tabacco (1932) per realizzare insieme un lavoro di documentazione sul Sud degli USA. Nascerà nel 1937 il libro You Have Seen Their Faces, pietra miliare dell’editoria fotografica. Margaret ed Erskine, nel frattempo, si sposeranno ma il matrimonio durerà meno di quattro anni. You Have Seen Their Faces, inaugural una serie di volumi di inchiesta sugli anni della Depressione realizzati tra uno scrittore e un fotografo. Nel 1939 uscirà An American Exodus, di Dorothea Lange e Paul Schuster Taylor, nel 1941 Let Us Praise Now Famous Men, di Walker Evan e James Agee.

«Un reportage per Fortune mi catapultò in una realtà che non conoscevo e che mi colpì profondamente: la grande siccità del 1934. Non avevo mai visto un paesaggio simile. Un sole accecante picchiava impietoso sulla terra arsa e dura. Ora sapevo che non avrei più lavorato in pubblicità, restava da capire con cosa avrei potuto sostituirla; sentivo di volermi misurare con un libro. Che ne fossi consapevole o meno, Erskine mi stava insegnando un nuovo modo di lavorare: aveva un approccio tranquillo, totalmente ricettivo. Aspettava pazientemente che le persone rivelassero la loro personalità invece di imporre la propria, come molti in genere fanno. Per me non c’era nulla da fare: ero una yankee “venuta al Sud a farsi la vacanza”, almeno così mi presentava Erskine. Potevo essere solo identificata come straniera e talvolta, lo confesso, mi sono comportata esattamente così. “Dovremmo pensare al titolo”, mi disse. Ero stata così occupata dall’aspetto grafico da non averci mai pensato. Lui invece, lo aveva fatto eccome. Aveva deciso il titolo due anni prima di incontrarmi e me lo comunicò davanti ai redattori della Viking Press, la nostra casa editrice. “Il titolo è You Have Seen Their Faces che te ne pare?” Era esattamente quel che avevo in mente mentre lavoravo. I volti esprimevano ciò che volevamo dire. Non volti inusuali o che colpiscono, ma ritratti dignitosi e profondi, in grado di dare senso alla pagina scritta. Ora il libro aveva una vita propria; non era più un progetto personale, era diventato più grande di noi».

LIFE si concentra sulla lunga collaborazione di Bourke-White con la leggendaria rivista americana. Per LIFE Bourke-White realizzerà la copertina e i reportage del primo numero e tanti altri ancora lungo tutta la sua vita;

Nel 1929 Henry Luce invita Margaret a collaborare a un nuovo tipo di rivista illustrata, dove le fotografie avranno molto spazio per poter evocare i grandi avvenimenti e le grandi imprese. È Fortune: Margaret vi collabora fin dal primo numero e impara così un nuovo modo di lavorare, realizzando i “photo essays” che da Fortune a Life saranno un suo punto di forza. Perché, di nuovo, nel 1936 Luce la chiama per un’altra avventura, Life. Margaret realizza la copertina e il reportage del primo numero e poi servizi, storie e ritratti: Life sarà il suo luogo di lavoro, la sua “casa” fotografica.

«Nulla è più eccitante di contribuire alla creazione di un nuovo giornale. Tutto quel che c’era nella mia camera oscura passò alla nuova rivista. I lavandini, gli ingranditori, i taglierini, le taniche e gli essiccatori avrebbero costituito l’attrezzatura del primo laboratorio fotografico. All’epoca, Life era una rivista molto giovane e informale. Ogni mattina mi svegliavo aspettando le novità che sicuramente sarebbero arrivate durante la giornata. Il ritmo di lavoro era frenetico; potevamo conquistare il mondo, niente sembrava troppo difficile. Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perché oltre a essere un fotografo sei un essere umano un po’ speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto: questo era il nostro modo di lavorare. Altri fotografi avrebbero forse realizzato foto altrettanto buone, ma sarebbero state diverse. Solo noi avevamo la capacità di cogliere dei particolari rivelatori di una determinata storia da raccontare, e solo noi potevamo fissarla su una pellicola impressionabile. Non esiste niente come sentire una nuova storia che nasce».

Sguardi sulla Russia inquadra il periodo in cui Margaret Bourke-White documentò le fasi del piano quinquennale in Unione Sovetica fino ad arrivare a realizzare anni dopo - quando già era scoppiata la Seconda guerra mondiale - il ritratto di Stalin in esclusiva per LIFE;

I progetti per Fortune la portano in Germania e le aprono le porte della Russia. “Con il mio entusiasmo per la macchina come oggetto di bellezza, sentivo che la storia di una nazione che cercava di industrializzarsi era disegnata su misura per me”. Margaret diventa la prima straniera a fotografare le fasi del piano quinquennale: tornerà altre volte e dedicherà a questa esperienza il suo primo libro, Eyes on Russia. Quando nel 1941 viene annullato il patto di non aggressione le viene concesso comunque di continuare a fotografare. Si muove rapida, fotografa Mosca sotto i bardamenti e riesce a realizzare uno scoop eccezionale: il ritratto di Stalin in esclusiva per Life.

«Nei primi anni Trenta la Russia era una terra misteriosa. Da quando il piano quinquennale sovietico era iniziato, nessun fotografo straniero era stato ammesso entro i confini della nazione. I consulenti tecnici andavano e venivano, ma per i fotografi la Russia era blindata. Niente mi attraeva di più di una porta blindata; non mi sarei data pace se non dopo aver cercato di aprirla, e volevo essere la prima a farlo. Chiunque sia stato in Russia all’inizio del piano di industrializzazione avrebbe avuto il diritto di dubitare della sua riuscita. Ma quando, a un anno di distanza, tornai per il New York Times Magazine, mi accorsi dei grandi cambiamenti. Non era ancora paragonabile alla catena produttiva di una fabbrica americana, ma c’erano meno chiacchiere e una maggiore dedizione al lavoro; i trattori non venivano più considerati alla stregua di bestie feroci ma come attrezzi agricoli. Esattamente un mese dopo il nostro arrivo, la Russia entrò in guerra contro la Germania. Avevo davanti a me uno scoop da realizzare: il Paese più grande del mondo entra nella guerra più grande del mondo, proprio quando io, unica rappresentante della stampa estera, sono sul posto. Le foto le sviluppavo in bagno, e lavarsi divenne un vero problema, perché la vasca era sempre piena di bacinelle e acidi. Il mio ritmo di lavoro era complicato dal fatto che praticamente ogni allarme aereo mi coglieva mentre sviluppavo tre o quattro pellicole. In genere, mi nascondevo sotto il letto con il cronometro in mano aspettando che le guardie finissero l’ispezione per tornare alla vasca prima che la pellicola potesse rovinarsi».

La sezione Sul fronte dimenticato documenta gli anni della guerra, quando per lei fu disegnata la prima divisa militare per una donna corrispondente di guerra. Sono gli anni in cui Bourke-White, al seguito dell’esercito USA sarà in Nord Africa, Italia e Germania;

Quando gli USA entrano in guerra, per Margaret verrà disegnata la prima divisa da corrispondente di guerra donna. Al seguito dell’aviazione sarà in Inghilterra e in Nord Africa e poi con l’esercito in Italia e in Germania. Sul fronte italiano, da Napoli a Cassino poi a Roma liberata, scriverà Purple Heart Valley. Purtroppo, gran parte del materiale fotografico, che come corrispondente inviava alla censura prima di pubblicarlo, viene perso. Margaret è disperata: quei rulli contenevano fotografie memorabili, perdute per sempre. “Si dice spesso che al Pentagono può accadere di tutto ma per me non è affatto consolante. Quella ferita rimane aperta ancora oggi”.

«Nella primavera 1942, le forze armate disegnarono per me la prima uniforme femminile. “Essere una donna in un mondo di uomini”, come si dice spesso, è indubbiamente un privilegio, ma ci sono alcune eccezioni. In un clima di combattimento gli uomini tendono a diventare iperprotettivi e nessun fotografo iperprotetto, maschio o femmina, può scattare buone foto da lontano. Dopo la mia missione in Nord Africa, chiesi di tornare al fronte per fotografare la campagna d’Italia. C’era qualcosa di assolutamente unico in quella particolare fase della guerra, quando dei giovani americani furono proiettati di colpo sullo sfondo a loro sconosciuto della “bella Italia”. Io provai a descriverlo, non solo con le immagini ma anche con le parole. Nei mesi successivi avrei imparato ad apprezzare una trincea fangosa dove rotolarsi per scampare l’artiglieria, avrei imparato a godere di un bagno fatto utilizzando l’elmetto, a vivere come una zingara e a dormire praticamente ovunque senza una branda. Il grosso dei giornalisti si era trasferito in blocco in Francia. L’effetto sul morale fu disastroso: il fronte italiano era diventato ancora più sanguinoso e la maggior parte dei soldati aveva già passato due brutti inverni tra fango e neve. Continuavano a essere uccisi, esattamente come prima. La guerra qui era ormai un corpo a corpo, tra uomini, pattuglie e mortai. Lo chiamavano “il fronte dimenticato”. A me piacciono le cause dimenticate, soprattutto quando sono giuste. Chiesi quindi di poter tornare in Italia».

La sezione Nei Campi testimonia l’orrore al momento della liberazione del Campo di concentramento di Buchenwald (1945) quando, come ha dichiarato la fotografa, “per lavorare dovevo coprire la mia anima con un velo”;

Nella primavera del 1945 Margaret è al seguito del generale Patton nella sua avanzata in Germania. Nel mese di aprile, vengono aperti i campi di Buchenwald, Bergen-Belsen, Sachsenhausen, Dachau, Ravensbrück, Mauthausen e Theresienstadt. All’orrore per la scoperta si associa la necessità di mostrare al mondo tale orrore. Vengono organizzate visite per la stampa, per le truppe, perché capiscano contro chi si battono, e per i civili. Margaret Bourke-White è a Buchenwald e registra, con la sua macchina fotografica e le sue parole quel che vede.

«Ero con la Terza armata del Generale Patton quando arrivammo a Buchenwald, appena fuori Weimar. Patton rimase talmente sconvolto da chiedere di portare lì un migliaio di civili: che tutti vedessero quel che i loro leader avevano fatto. Ma la polizia militare, da parte sua, ne portò duemila. Per la prima volta ascoltai la frase che dopo di allora avrei sentito pronunciare migliaia di volte: “Non sapevamo. Non sapevamo”. Invece, sapevano. Vidi e fotografai pile di corpi nudi senza vita, i pezzi di pelle tatuata usati per i paralumi, gli scheletri umani nella fornace, gli scheletri viventi che di lì a poco sarebbero morti per aver atteso troppo a lungo la liberazione. Buchenwald era qualcosa di inconcepibile per la mente umana. Spesso mi chiedono come sia riuscita a fotografare tali atrocità. Per lavorare ho dovuto coprire la mia anima con un velo. Quando fotografavo i campi, quel velo protettivo era così saldo che a malapena comprendevo cosa avevo fotografato. Tutto si rivelava in camera oscura, al momento di stampare le mie immagini. E allora era come se vedessi quegli orrori per la prima volta. Nel marzo del 1945, vidi Colonia divisa dai due eserciti in lotta ed entrai in contatto con l’universo del saccheggio. Suppongo avrebbe dovuto scandalizzarmi, ma così non fu. Dietro al saccheggio si cela una strana spiegazione di cui la massima “le spoglie spettano al vincitore”, è solo una parte. Dopo che il nemico ti ha sparato addosso, quando entri a casa sua, senti di averne diritto. Hai una curiosità irrefrenabile di sapere come ha vissuto, con quali oggetti, e di che persona si tratti. Il saccheggio allora diventa una malattia molto contagiosa. Quando la guerra finì, smettemmo di rubare, la sete era passata, la curiosità soddisfatta. Quella febbre si era dissolta e tutti tornammo alla vita normale».

L’India di Ghandi raccoglie il lungo reportage compiuto dalla fotografa al momento dell’indipendenza dell’India e della sua separazione con il Pakistan. Tra le altre immagini, in mostra anche il celebre ritratto del Mahatma intento a filare all’arcolaio;

Gandhi, Pune, 1946. © Images by Margaret Bourke-White. 1946 The Picture Collection Inc. All rights reserved;

Finita la guerra, Margaret affronta un’altra sfida: fotografare l’India nel momento di passaggio dall’impero britannico alla libertà e alla divisione in due nazioni. A partire dal 1946 l’indipendenza e la sanguinosa divisione tra India e Pakistan l’assorbono per oltre due anni. Le immagini della diaspora di un continente e i suoi protagonisti (soprattutto il Mahatma Gandhi, incontrato più volte fino a poche ore prima della sua morte) compongono quello che forse è il corpus più importante del suo lavoro.

«Avevo sempre pensato all’India come a un paese vecchio e invece scoprii quanto potesse essere giovane. Di fronte a me avevo un dramma storico da fotografare con tanto di personaggi, buoni e cattivi, e uno degli uomini più santi mai esistiti. Ci misi due anni a comprendere la grandezza di Gandhi. Solo durante l’ultimo atto del dramma, quando si staccò dal fanatismo religioso e dal pregiudizio, cominciai a capire la sua vera grandezza. La fotografia richiede sempre un livello alto di coinvolgimento, ma non mi sono mai sentita così coinvolta come quando ho fotografato i vari momenti della vita di Gandhi. Ero andata a cercarlo nel suo ashram, a Poona. Spiegai al capo della segreteria come intendevo lavorare: desideravo fotografare il Mahatma mentre filava. “Lei sa filare?”, mi chiese il segretario. “Oh, non voglio filare insieme al Mahatma. Sono venuta per fotografarlo mentre fila”. “E come pensa di capire il simbolismo di Gandhi mentre è intento in questo lavoro?” “Lei vuole che io lasci la fotografia per cominciare a filare”, risposi gentilmente, chiedendomi quando avremmo potuto fissare l’appuntamento. “È proprio ciò che intendo fare”, disse il segretario di Gandhi. In breve, mi ritrovai a implorarlo di insegnarmi a filare. Arrivò il mio ultimo giorno in India e avevo organizzato un’intervista con il Mahatma. Solo qualche ora più tardi, mentre si apprestava alla preghiera serale, l’uomo che credeva che la bomba atomica avrebbe potuto essere battuta dalla preghiera, venne colpito da un proiettile sparato da una pistola».

Sud Africa è la documentazione del grande paese africano durante l’Apartheid;

Nel 1950 Margaret è in Sud Africa. Vuole conoscere un Paese dove vige l’assurdità dell’apartheid e per farlo non esita a introdursi nelle grandi compagnie minerarie come nelle grandi fattorie dove lo sfruttamento dell’uomo è pratica quotidiana. Arrivata, capisce che le barriere razziali non le permettono di avvicinare come vuole la gente. Poi un giorno, una donna di colore si avvicina chiamandola per nome: l’aveva riconosciuta dal ritratto come l’autrice del libro You have seen their faces. È l’inizio del reportage.

«Una domenica visitai una delle miniere più antiche, Robinson Deep: come ogni settimana, i minatori organizzavano il loro spettacolo di danze tribali. In particolare, due ballerini mi colpirono. Il mattino dopo spiegai che avrei voluto incontrare di nuovo due minatori, i numeri 1139 e 5122, fotografarli dove lavoravano, dove mangiavano, vivevano, dormivano. Il sovrintendente rispose che erano assegnati alla zona di risulta, in profondità, dove i visitatori non erano ammessi. Entrai, come in una cerimonia d’iniziazione, nella porta della miniera e cominciai la mia lunga discesa di due miglia fino al centro nascosto della terra. In un Paese di 8 milioni e mezzo di neri controllato da meno di due milioni e mezzo di bianchi, nelle cui mani si raccolgono i nove decimi della terra e di tutte le miniere, un sistema capillare di permessi e lasciapassare permette di poter reclutare manodopera a basso costo. I proprietari bianchi di questi enormi vigneti vogliono ingaggiare manodopera a basso costo e i proprietari sono ricorsi a un sistema semplice e ingannevole. I bambini e gli adulti al lavoro nei vigneti vengono in parte pagati con il vino dedotto direttamente dal loro stipendio. Questa procedura è nota con il nome di “sistema del sorso”. Nulla mi aveva fatto infuriare tanto, almeno dai tempi dei bambini “intoccabili” nelle concerie nel sud dell’India. Ma qui in Sudafrica la situazione era particolarmente tragica perché difficilmente un bambino potrebbe sfuggire il suo destino in un Paese dove l’apartheid e la segregazione razziale sono il sistema sociale approvato dallo Stato».

Voci del Sud bianco è il lavoro a colori del 1956 dedicato al tema del segregazionismo del Sud degli USA in un paese in trasformazione;

Nel 1956 Life pubblicherà “una serie di grandi articoli sulla situazione di generale crisi nata dopo la decisione di mantenere la segregazione nelle scuole da parte della Corte Suprema”. L’inchiesta s’intitola The Background of Segregation e vuole esplorare la situazione, politica ed emotiva, nel sud degli Stati Uniti nel momento in cui cominciano le lotte per i diritti civili. Margaret partecipa, con un reportage a colori da Greenville, South Carolina, dedicato a conoscere le ragioni del segregazionismo e la voce dei bianchi del sud: Voices of the White South. Il reportage vuole indagare una cultura lontana, diversa eppure orgogliosa della sua eredità e spaventata da quel che il futuro avrebbe potuto riservare. Con le sue scene domestiche, il colore quasi intimo di ogni immagine, apre una finestra su un tema e un periodo che, nel bene e nel male, definirà l’America del XX secolo. Voices of the White South è uno dei pochi esempi di lavori interamente a colori realizzati da Margaret e per impostazione e linguaggio scelto segue proprio il lavoro realizzato in Sud Africa. Sul segregazionismo Life continuerà con un’altra tappa; questa volta sarà lo scrittore Robert Wallace ad accompagnare in Alabama il fotografo di colore Gordon Parks, amico di Margaret. Il reportage si chiamerà The Restraints: Open and Hidden, sarà pubblicato il 24 settembre 1956 e anche in questo caso le fotografie saranno a colori, con un tono e uno stile simile a quello scelto da Margaret.

In alto e a casa raccoglie alcune tra le più significative immagini aeree realizzate dalla fotografa nel corso della sua vita;

Louis Ville, Kentucky, 1937. © Images by Margaret Bourke-White. 1937 The Picture Collection Inc. All rights reserved;

Nella vita di Margaret la passione per la fotografia era pari a quella per il volo. All’inizio della carriera aveva sorvolato New York e si era aggrappata sul Chrysler. Con il tempo, poi, i servizi verranno disegnati per lei, come “L’America vista dall’alto” il grandioso reportage che le permette di giocare con la distanza, l diagonali e le componenti di quella visione moderna che caratterizza le sue immagini di industria, paesaggio e architettura. Tra un lavoro e l’altro, è nella casa di Darien, nel Connecticut, che si rifugia. Qui custodisce i ricordi dei viaggi, qui riceve qualche amico, come il fotografo Robert Capa. Qui, soprattutto, trova il tempo per la seconda parte del suo lavoro: la scrittura dei libri. Una vita a contatto con la natura e solitaria ma, come afferma, “non credo esista una vita migliore delle altre, esistono solo vite diverse”.

«I fotografi vivono tutto molto velocemente; l’esperienza ci insegna ad affinare la nostra abilità, ad afferrare al volo i tratti salienti, i punti forti di una situazione. Quel momento perfetto e denso di significato, così essenziale da catturare, spesso è il più effimero e le possibilità di approfondimento sono rare. Scrivere un libro è diventato il mio modo di digerire le esperienze che vivo. Questa casa, nascosta dal bosco che la circonda, è il posto migliore per scrivere e per rinfrancare lo spirito. La solitudine è un lusso prezioso quando si scrive un libro. Ho un ritmo di lavoro piuttosto singolare che va bene solo per chi non ha famiglia: a letto alle otto e sveglia alle quattro. E in un modo del tutto particolare, dormire sotto il cielo influenza la scrittura, fa parte del mio modo di vivere isolata dal mondo. Nella mia vita non c’è mai stato molto spazio per il matrimonio. Se avessi avuto dei figli sarebbe stato diverso, avrei sicuramente preso da loro tutta l’energia e l’ispirazione anche per il mio lavoro. Chissà, forse invece di andare in guerra avrei scritto libri per l’infanzia. Ma non credo esista una vita migliore delle altre, esistono solo vite diverse. Sono sempre stata contenta della scelta che ho fatto. Una donna che vive una vita vagabonda deve essere capace di affrontare la solitudine, deve avere una stabilità emotiva, una cosa molto più importante della stabilità economica. Se sai di poter contare su di te, la vita può essere molto ricca, anche se questo richiede una grande disciplina».

Il percorso termina con La mia misteriosa malattia, una serie di immagini che documentano la sua ultima, strenua lotta, quello contro il morbo di Parkinson di cui manifesta i primi sintomi nel 1952 e contro cui combatterà con determinazione. In questo caso, è lei il soggetto del reportage, realizzato dal collega Alfred Eisenstaedt che ne testimonia la forza, la determinazione ma anche la fragilità.

Verso il 1952 Margaret comincia a soffrire di paralisi agli arti e rigidità alle dita. Cerca di nascondere il suo stato ma nel 1957 si rassegna: è il morbo di Parkinson contro cui lotterà con determinazione, affrontando terapie e sottoponendosi a un’operazione chirurgica che le dà un po’ di speranza. A ridosso dell’operazione, le è a fianco il collega Alfred Eisenstaedt, che su di lei realizza per Life il reportage “La lotta indomita di una donna famosa”. Margaret non si sottrae all’obiettivo ma si mostra come è, debole ma pronta a lottare. Le immagini accompagnano un suo testo sulla malattia e la necessità di combatterla con la conoscenza e la volontà. Negli ultimi anni cerca in tutti i modi di continuare a lavorare; almeno scrivendo. Così completa l’autobiografia che uscirà nel 1963, Portrait of Myself. Dopo una caduta nella casa di Darien, Margaret muore il 27 agosto 1971 a 67 anni.

«La mia misteriosa malattia cominciò in modo così sommesso che mai avrei immaginato ci potesse essere qualcosa che non andava. Il morbo non colpisce la parte del cervello che controlla il pensiero, ma i centri motori che coordinano i movimenti volontari. È come un’Idra inafferrabile, dalle mille spire. Costretta a dedicare il mio tempo agli esercizi, ho scoperto la soddisfazione di misurare i piccoli miglioramenti e avere così, di nuovo, la sensazione di poter ancora controllare la mia vita – una consapevolezza per me fondamentale. Il caro Eisie – il mio amico Alfred Eisenstaedt, venne a trovarmi all’Istituto. Poi, come spesso avviene ai grandi fotografi, il progetto si allargò e divenne un reportage per Life, con noi due a lavorare in squadra. Mi incoraggiò ad andare in profondità. Era convinto che la mia storia potesse essere d’aiuto a quelle persone che, come me, dovevano combattere la stessa battaglia. I giorni dei segreti erano finiti. Ora ero pronta a condividere quel che avevo imparato con il resto del mondo. Nel corso di questa mia esperienza una cosa mi ha sempre stupito: la precisione con cui tutto si è svolto. La malattia che mi aveva sottratto le cose belle della vita era una delle più antiche del mondo e all’interno della sua buia storia, vecchia di millenni, io ero nata nel secolo giusto, nel decennio giusto, e addirittura nel mese giusto, per godere gli sviluppi della scienza medica. La mia necessità e l’aiuto degli altri si erano concretizzati proprio quando la medicina era stata pronta ad aiutarmi. Ringrazio il destino di essere arrivata al posto giusto nel momento giusto. Come accade a tutti i bravi fotografi».

L’esposizione è accompagnata da un catalogo, edito da Contrasto.

Una straordinaria retrospettiva quindi per ricordare un’importante fotografa, una grande donna, la sua visione e la sua vita controcorrente.

In occasione della mostra, Cineteca Milano|MIC - Museo Interattivo del Cinema, in collaborazione con Palazzo Reale e Contrasto, presenta dal 13 al 31 ottobre la rassegna cinematografica Prima, donna. Margaret Bourke-White in 11 film. Accesso gratuito alle proiezioni presentando al MIC il biglietto della mostra e ingresso alla mostra con speciale riduzione (10 € anziché 14 €) per i possessori di Cinetessera 2020.

www.palazzorealemilano.it formafoto.it/bourkewhitemilano

Biografia Margaret Bourke-White

Margaret Bourke-White nasce il 14 giugno 1904 a New York ma si trasferisce presto nel New Jersey. Il padre, un inventore, trasmette alla figlia l’amore appassionato per le macchine, nonché il bisogno di misurarsi con la tecnologia e di superarla. Nel 1921 frequenta la Columbia University.

Un anno dopo, nel 1922, il padre muore lasciando in lei un vuoto incolmabile. Margaret torna a scuola e frequenta le lezioni di fotografia di Clarence H. White. A soli 21 anni si sposa con Everett Chapman; non sarà un matrimonio felice: dopo due anni divorzieranno. Poco più che ventenne, di ritorno all’università, questa volta la Cornell, riscopre la fotografia: capisce che realizzare e duplicare scorci pittoreschi del campus può diventare un’attività redditizia e creativa. In breve si trasferisce a Cleveland, apre uno studio fotografico e affronta il mercato della fotografia corporate e pubblicitaria. Lentamente si farà conoscere come temeraria e intrepida fotografa industriale, in grado di affrontare il fuoco per realizzare splendide immagini industriali.

Nel 1929 arriva la svolta: Henry Luce, editore di Time la invita a partecipare a

un nuovo progetto, la rivista Fortune. Per lei si tratta di una grande opportunità: si trasferisce a New York e alternerà il lavoro di fotografa pubblicitaria (con studio all’ultimo piano del Chrysler Building, completo di una coppia di alligatori in liberta) ai reportage sul mondo del lavoro negli Stati Uniti. Ha successo, energia, inventiva. I suoi coordinati, cappello, gonna, guanti e panno della macchina fotografica in tinta, diventano leggendari. Per Fortune nel 1930 sarà in Germania e poi sarà la volta della Russia dove viaggerà a lungo e più volte.

Dal 1936 non e più possibile ignorare gli effetti della Depressione e Margaret rivolge l’attenzione a lavori di documentazione sociale. Conosce lo scrittore Erskine Caldwell, che diventerà suo marito (ma anche in questo caso il matrimonio durerà pochi anni) e insieme percorreranno il Sud americano segnato dalla siccità. Dal sodalizio tra i due nasce il libro You Have Seen Their Faces (1937).

Il successo non si arresta. Luce la vuole al suo fianco per un’altra avventura: partecipare alla nascita di Life, la più importante rivista fotografica del periodo. Sua sarà la prima copertina, nel 1936, suoi saranno tanti reportage pubblicati.

Grazie a Life, Margaret diventa un personaggio pubblico e la sua immagine di donna elegante, volitiva e intelligente diventa sinonimo di eccellenza. Continua a viaggiare; fa riprese aeree straordinarie; torna in Europa, prima a Berlino, poi a Mosca e in occasione dello scoppio delle ostilità tra URSS e Germania realizza un sorprendente ritratto di Stalin. Nel 1942 le forze armate americane disegnano

per lei la prima uniforme femminile di corrispondente di guerra. Margaret fotografa le operazioni in Africa e passa mesi sul fronte italiano. E a Napoli, Cassino, Roma; da questa esperienza nascerà il libro They Called it Purple Heart Valley. Nella primavera 1945 e al seguito del generale Patton in Germania. Nel mese di aprile entra, prima fotografa, nel campo di Buchenwald liberato. Qui il dovere di testimoniare rischia di diventare un’esperienza durissima, ai limiti della sopportazione. Ma Bourke-White è una professionista e non si ferma di fronte a nulla. Finita la guerra è in India nel momento di passaggio dall’impero britannico alla liberta e alla separazione dal Pakistan. A questo lavoro dedicherà il libro, pubblicato anche in italiano nel 1952, L’India a metà strada. Sarà poi la volta del Sudafrica, dove Margaret cerca di conoscere le condizioni di vita e di lavoro nei campi e nelle miniere. Arriverà poi ancora sul fronte della guerra in Corea per testimoniare il difficile, straziante momento di divisione di una terra, e un popolo, in due stati. Altri reportage, altri lavori la porteranno a viaggiare, a conoscere il suo stesso paese e quando sarà possibile cercherà di salire su un velivolo e realizzare le sue amate vedute aeree. Tra un viaggio e l’altro, nella sua residenza di Darien, nel Connecticut si immerge nella natura e si concentra sui suoi libri.

Verso il 1952 deve pero intraprendere una dura lotta: quella contro il morbo di Parkinson. Sarà una battaglia lunga e complessa e gli ultimi anni la vedranno cercare in tutti i modi di continuare a lavorare, cercando almeno di usare la macchina da scrivere.

Morirà nel 1971, all’eta di 67 anni, al termine di vent’anni di lotta estenuante contro la malattia.

Scheda Tecnica

Titolo Prima, donna. Margaret Bourke-White
A cura di Alessandra Mauro

Data 25 settembre 2020 – 14 febbraio 2021

Sede Palazzo Reale
Milano, Piazza Duomo 12

Una mostra Comune di Milano – Cultura
Palazzo Reale
Contrasto

Digital Imaging Partner Canon
Con il contributo di Fondazione Forma per la Fotografia
Catalogo Contrasto
Modalità di accesso palazzorealemilano.it
Giorni e orari lunedì - chiuso
martedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica: 9:30 - 19:30
giovedì: 9:30 - 22:30
Ultimo ingresso un'ora prima della chiusura
Info mostra www.palazzorealemilano.it
formafoto.it/bourkewhitemilano

Biglietto di ingresso Prenotazione fortemente consigliata

INTERO € 14,00
RIDOTTO € 12,00, maggiori di 65 anni, minori dai 6 ai 26 anni, disabili, possessori Card Annuale Civici Musei Milanesi, Soci Touring Club con tessera, Soci FAI con tessera aderenti a “Lunedì Musei” (Museo Poldi Pezzoli e Museo Teatrale alla Scala), militari, forze dell’ordine non in servizio, insegnanti, possessori biglietti concerti MITO (nel solo mese di settembre per tutta la durata del festival);
RIDOTTO € 10,00 possessori Abbonamento Card Musei Lombardia Milano e Soci Orticola; Possessori Cinetessera 2020.
RIDOTTO SPECIALE € 6,00 volontari del servizio civile nazionale con tesserino di identificazione, giornalisti con tessera OdG con bollino dell’anno in corso, altre categorie convenzionate;
RIDOTTO FAMIGLIA uno o due genitori € 12,00 a testa con bambino/i dai 6 ai 14 anni € 6,00 a testa; fino a 5 anni gratuito;
GRATUITO per minori di 6 anni, un accompagnatore per disabile, dipendenti della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Architettonici di Milano, giornalisti iscritti all’albo e accreditati da ufficio stampa, tesserati ICOM, guide turistiche abilitate, guide turistiche (previa esibizione di tesserino di abilitazione professionale).

Diritto di prenotazione € 2,00 per i biglietti: intero, ridotto,
€ 1,00 per i biglietti: famiglia, ridotto speciale

Modalità di accesso al palazzo
Prima di prenotare o raggiungere Palazzo Reale consultare le regole di accesso: www.palazzorealemilano.it/nuove-regole-di-accesso

 
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