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Jan Fabre The Quiet Source |
| Alla Scuola Grande di San Rocco di Venezia, in concomitanza con la 61ª Biennale, dal 9 maggio al 22 novembre 2026 le tre nuove sculture di Jan Fabre con il monumentale ciclo del Tintoretto. Una trilogia in bronzo su famiglia, memoria e mitologia. |
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Nel 1564 i confratelli della Scuola Grande di San Rocco, a Venezia, bandirono un concorso per la decorazione della Sala dell'Albergo. Erano invitati a partecipare alcuni dei nomi più importanti della pittura del tempo: Paolo Veronese, Giuseppe Porta detto il Salviati, Federico Zuccari e Jacopo Robusti detto il Tintoretto. La regola era chiara: ciascuno avrebbe presentato un disegno-progetto su cui sarebbe stata fatta la scelta del vincitore. Tintoretto disattese la consegna e presentò non un disegno, ma un olio su tela raffigurante San Rocco in Gloria, che collocò al centro del soffitto, dicendo che dipingere era il suo modo di disegnare, prendere o lasciare. I confratelli, dopo un primo sussulto di sdegno, presero. Quel gesto avrebbe dato il via a una lunga collaborazione e a 62 opere dipinte per quel luogo, oggi uno dei capisaldi del Rinascimento veneziano. A oltre quattro secoli e mezzo di distanza, la Scuola Grande di San Rocco accoglie un artista contemporaneo che con quel ciclo prova a dialogare: Jan Fabre (Anversa, 1958). Dal 9 maggio al 22 novembre 2026, in occasione della 61ª Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia, la mostra Jan Fabre. The Quiet Source presenta tre nuove sculture in bronzo al silicio dell'artista belga, in dialogo con il monumentale ciclo del Tintoretto. La cura è di Giacinto Di Pietrantonio e Katerina Koskina, la ricerca scientifica di Matteo Scabeni. 1564, Tintoretto: dipingere come modo di disegnareL'aneddoto del concorso del 1564, riproposto nei testi curatoriali della mostra, non è solo colore: è la chiave per capire la portata storica della scelta che Tintoretto fece in quegli anni. Da quel "prendere o lasciare" iniziò un'avventura che, sintetizza il curatore Giacinto Di Pietrantonio, portò il pittore a dipingere per la Scuola Grande di San Rocco vari cicli di grandi opere per qualità e dimensione. I dipinti, allora come oggi, stupirono per una scelta narrativa precisa: non concernevano la vita miracolosa di San Rocco, già ampiamente presente nell'adiacente chiesa a esso dedicata. Tintoretto propose invece opere ispirate al Vecchio e Nuovo Testamento: in questo modo celebrava il santo non in maniera didascalica, ma inserendolo, quasi in sua assenza, in un ciclo grandioso di storie tratte dalla Bibbia e dal Vangelo. Un artista moderno, anticipatoreUna scelta che, come scrive il curatore, fu insieme strategia per assicurarsi la commissione e pratica poetica. Ed è proprio quel modo di trattare la rappresentazione che fa di Tintoretto un artista molto moderno, anticipatore del trattamento degli spazi e della pennellata pittorica, che sarà ereditata dagli artisti della metà-fine Ottocento e fino al contemporaneo. La pittura veneziana — Giorgione, Tiziano, Veronese, Tintoretto — ha lavorato in modo decisivo sulla luce: attraverso il suo uso drammatico ed espressivo, questi maestri trasformarono lo spazio pittorico in una dimensione dinamica, fluida e vibrante. È su questa luce che Fabre torna a lavorare, dalla distanza di secoli, attraverso un mezzo radicalmente diverso: la scultura. Un colpo di scena di tecnica: la scelta del bronzoCuriosamente, anche Fabre si trova oggi a dover sorprendere il pubblico veneziano con una scelta tecnica inattesa. Non lo fa proponendo le sue sculture di vetro, materiale veneziano per eccellenza che l'artista impiega da anni, parzialmente utilizzato nella mostra al Louvre del 2007 e protagonista della rassegna veneziana presso l'Abbazia di San Gregorio nel 2017. Non lo fa neppure ricorrendo alle sculture in corallo, impiegato al Museo Capodimonte e in permanenza alla chiesa della Misericordia, al Duomo di Napoli. E non sceglie nemmeno silicone, scarabei o marmo, materiali che pure hanno segnato la sua ricerca. Per questo appuntamento veneziano, Fabre elegge come suo portavoce privilegiato il bronzo al silicio. È una lega la cui superficie amplifica la luce e conferisce alle opere una sorprendente qualità di presenza e quasi di immaterialità: la stessa luce che attraversa, da quattrocento anni, le tele dipinte tutto intorno. La trilogia: famiglia, memoria, mitologia personaleLe tre sculture costituiscono una trilogia incentrata sui temi della famiglia, della memoria e della mitologia personale. Tutte presentano il corpo dell'artista: di volta in volta, attraverso un volto o una figura, mettono in scena una relazione affettiva centrale nella vita di Fabre. È una direzione che l'artista non inaugura qui. Come ricorda il curatore Di Pietrantonio, Fabre non è nuovo a considerare la sua famiglia parte fondamentale del suo lavoro. Lo stesso processo è stato avviato anni fa con la scultura in bronzo L'uomo che misura le nuvole, in cui il corpo dell'artista ha il volto del fratello Emiel da adulto. Per dare realismo a quel volto — Emiel era morto all'età di tre anni — Fabre si servì dell'aiuto di tecnici del computer che, incrociando i dati biometrici del fratello bambino e quelli dell'artista adulto, hanno dato vita a un'immagine sintetica. Le date sono importanti: il padre di Fabre, Edmond Fabre, è nato ad Antwerp nel 1927 ed è scomparso nel 2005; il fratello Emiel è vissuto tra il 1952 e il 1956. È a queste due figure familiari che la mostra alla Scuola Grande di San Rocco è dedicata. L'arte come elaborazione del luttoQuella che a un primo sguardo sembrerebbe una vicenda strettamente personale, sottolinea il curatore, ha invece un valore universale: tutti abbiamo avuto almeno un lutto in famiglia di persone care che tendiamo a collocare nell'eternità, e dunque nell'infinito. Questa dell'elaborazione del lutto è una funzione originaria dell'arte: sono in molti a sostenere che l'arte sia nata proprio per celebrare la morte e che, non a caso, la sua presenza e memoria sia depositata nelle opere funerarie sopravvissute, come ad esempio le piramidi. È in questa prospettiva che le tre sculture, scrive ancora Di Pietrantonio, possono essere lette come una sorta di pastorale, nel senso che qui l'opera d'arte prende la forma e la forza del conforto e della conservazione attiva della famiglia dello scomparso nei tempi di sofferenza. La quieta sorgente — the quiet source, da cui il titolo della mostra — di cui Fabre si nutre. L'uomo che impugna la spada: realismo fiammingo, luce venetaAl piano terra, nella Sala Terrena, è installata The Man Who Holds the Sword (Oath of My Father) – L'uomo che impugna la spada (Il Giuramento di mio Padre). È una scultura in bronzo al silicio di 270 x 120 x 40 cm, spada compresa. Come spiega Di Pietrantonio, si tratta di un ritratto a figura intera in scala 1:1 nel nome del padre: la scultura ha la statura di Fabre, la sua anatomia e i suoi indumenti — scarpe, pantaloni, cintura, camicia, cravatta, cappotto, mani — mentre il volto è quello di Edmond Fabre. L'opera si inserisce, sempre secondo il curatore, nella tradizione del realismo fiammingo, in cui l'identità genealogica e artistica dell'artista dialoga con la qualità della luce caratteristica dell'arte veneta. La spada puntata verso il cielo non va letta come gesto di forza. È un gesto di disarmamento, di smilitarizzazione: la spada usata simbolicamente, "come simbolica è l'arte", scrive Di Pietrantonio, "disciplina sempre alla ricerca della verità, tesa a discernere il grano dal loglio, il vero dal falso". Il giuramento, in questa lettura, è una promessa vincolante, anch'essa una forma di verità e fedeltà. E la posa richiama l'archetipo del cavaliere e la missione storica della Scuola Grande di San Rocco, da sempre dedicata alla protezione dei più vulnerabili. L'artista come cane randagio: la salvezza con gli altriNella Sala Capitolare trova posto The Artist as a Stray Dog in His Basket – L'artista come cane randagio nella cesta, scultura di 45 x 120 x 80 cm in bronzo al silicio. Ritrae Fabre nelle sembianze di un cane randagio rannicchiato in un cesto, con una marmotta appoggiata sulla schiena. La chiave di lettura è personale: come ricorda il curatore, "marmotta" è il nickname con cui Fabre chiama sua moglie Joanna. Il piccolo animale diventa così simbolo di amore, benedizione e buona fortuna. Il cane, dal canto suo, richiama l'iconografia di San Rocco, santo patrono associato alla Scuola, tradizionalmente raffigurato con il cane che lo nutrì durante la peste. "È la salvezza a opera degli e con gli altri", sintetizza Di Pietrantonio. L'uomo che taglia l'erba, sotto la Gloria di San RoccoNella Sala dell'Albergo, sotto la Gloria di San Rocco di Tintoretto — l'opera che, nel 1564, aprì il rapporto tra l'artista e la Scuola — è installata The Man Who Cuts the Grass, scultura di 60 x 140 x 70 cm. Qui Fabre appare a carponi con il volto del fratello Emiel, mentre metaforicamente taglia fili d'erba con un piccolo paio di forbici. L'immagine, come scrive Di Pietrantonio, si inserisce nel realismo di iperrealtà fiamminga che va da Bosch a Magritte. Il ritratto-autoritratto fraterno ha assunto la posizione di quando bambini gattoniamo, camminando a quattro zampe come un cane per esplorare l'intorno e iniziare la conoscenza del mondo. Sul piano simbolico, il gesto del tagliare l'erba richiama un rituale popolare volto a scacciare gli spiriti maligni lungo il cammino verso casa, mentre la postura piegata verso il suolo evoca umiltà, reverenza e vulnerabilità esistenziale. C'è infine un dettaglio non secondario: la scultura è concepita perché i visitatori possano sedersi su di essa. "L'opera può essere utilizzata anche come panchina", dice l'artista. Una dimensione performativa che, scrive il curatore, sottintende un'azione che muta il nostro rapporto con l'arte visiva, aprendo un discorso su libertà, possesso e relazione.
Le voci dei curatori"Quella luce è la stessa – sottolinea Giacinto Di Pietrantonio – con cui Fabre crea connessioni tra mondi diversi, riflettendo sulla logica dell'origine attraverso una forte malinconia. In mostra s'inscena un confronto diretto con Tintoretto, in alcun modo antitetico ma cooperativo; si costruisce una soglia che permette di osservare e raffrontare due epoche estremamente simili, per quanto ovviamente disomogenee". "Jan Fabre – afferma Katerina Koskina – è un artista rivoluzionario, iconoclasta e sovversivo. […] In questo contesto, le sue installazioni in grandi musei (Galleria degli Uffizi, Museo del Louvre, Museo dell'Ermitage) o in antichi palazzi e scuole teologiche (Nuova Grande Scuola di Santa Maria della Misericordia e oggi la Scuola Grande di San Rocco), monasteri e chiese (Abbazia di San Gregorio, Cappella del Pio Monte della Misericordia) sono tutt'altro che casuali. Si tratta di contesti ideali per un'esperienza estetica, fisica ed esistenziale attivata dalla storia, dalla "messa in scena" e dalla memoria". Una carriera tra Biennali e grandi museiPer inquadrare la dimensione del progetto, vale la pena ricordare il curriculum espositivo di Jan Fabre. Tra le sue principali mostre personali figurano il Padiglione del Belgio alla Biennale di Venezia (1984) e la partecipazione ad altre Biennali (San Paolo, Valencia, Istanbul), documenta VIII e IX a Kassel, Gaude Succurrere Vitae (SMAK Ghent; GAMeC Bergamo; Musée d'Art Contemporain Lyon; Fundación Miró Barcelona), Homo Faber (KMSKA Antwerp, 2006), From the Cellar to the Attic – From the Feet to the Brain (Kunsthaus Bregenz, 2008; Arsenale Novissimo Venezia, 2009), PIETAS (Venezia, 2011; Anversa, 2012), Hortus/Corpus (Kröller-Müller Museum, 2011) e Stigmata: Actions and Performances 1976–2013 (MAXXI, Roma, 2013; M HKA Antwerp, 2015; MAC Lyon, 2016; Leopold Museum, Vienna, 2017). Fabre è stato inoltre il primo artista vivente a presentare una grande mostra personale al Museo del Louvre (L'Ange de la Métamorphose, 2008) e al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo (Knight of Despair / Warrior of Beauty, 2017). Catalogo, organizzazione, ricercaLa mostra è accompagnata da un catalogo edito da Forma Edizioni di Firenze. La ricerca scientifica del progetto è affidata a Matteo Scabeni. L'esposizione è organizzata da Galleria Gaburro e Linda and Guy Pieters Foundation. Informazioni utili per la visita
Approfondimento e copertura completa anche su zerodelta.net. |
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